Antonio Rinaudo: "È guerra allo Stato e quindi terrorismo. Della Tav non importa nulla agli antagonisti"
A questa gente della Tav, come della morte di Abderrahim Fakir, non gliene frega niente. Per loro sono pretesti per muovere guerra allo Stato sfogando i loro veri istinti. Per loro quel cantiere è un emblema e lì si fa guerra allo Stato, ma se fai guerra allo Stato sei un terrorista. Antonio Rinaudo, ex magistrato antimafia della Procura di Torino, non ha dubbi e commentando le violenze in Val di Susa di venerdì afferma: «Quello è terrorismo».
Che impressioni ha avuto vedendo le immagini dell'assalto al cantiere della Tav a Chiomonte?
«Quello che è successo al cantiere della Tav venerdì è sconcertante ed è la riprova che ciò che avevamo fatto nel 2013 aveva un suo fondamento».
Cioè?
«C'era stato un attacco organizzato con modalità non dico paramilitare, ma proprio militare visto che avevano utilizzato due carri armati, che poi la Cassazione definirà artigianali, per sfondare le reti. Vennero lanciate delle molotov per dare fuoco a dei mezzi da lavoro e a delle camionette dell'esercito. Non solo. I quattro che avevamo identificato durante l'attacco utilizzavano dei telefoni, chiamati batteria, usa e getta. Sulla base di ciò avevamo contestato l'associazione con finalità di terrorismo, comprese le lesioni con finalità terroristiche, con l'aggravante prevista dall'articolo 270 sexies del codice penale».
Come andò a finire?
«Il gip ci diede ragione poi la sentenza venne impugnata in Cassazione che pur confermando come il fatto fosse gravissimo, negò la finalità terroristica perché gli strumenti utilizzati non erano idonei a raggiungere il fine sovversivo o eversivo. In pratica per la Cassazione quello dei No Tav era un movimento di protesta, ma senza finalità terroristiche».
È per questo che lei in un'intervista a Il Foglio del febbraio 2026 ha sottolineato la necessità di fare una riflessione sull'upper class, ossia un'alta borghesia connivente con questi movimenti?
«C'è una sorta di benevolenza, di visione perbenista per cui sono solo ragazzi che protestano. Io e Caselli fummo attaccati ferocemente anche da una corrente politicizzata della magistratura. Basti dire che un esponente di spicco dei No Tav dell'epoca era figlio di un magistrato».
Si riferisce all'ex magistrato Livio Pepino?
«L'ha detto lei»
Di cosa vi accusavano?
«Di criminalizzare il dissenso».
Proprio per sgomberare il campo da ogni dubbio, si può dire che il riferimento debba essere l'art. 17 della Costituzione?
«Assolutamente. Non a caso prevede che si possa manifestare, ma senza armi. Loro violano quell'articolo. Le dirò di più».
Dica.
«A quell'assalto hanno partecipato circa 60 mila persone, secondo lei come si riesce a coordinare tutta questa gente? Con una telefonata? È chiaro che ci sia una forma capillare strategica, compresi finanziamenti e addestramento. Anche perché non è che tirano fuori i loro risparmi e vanno a comprarsi le armi, le tute da black bloc e tutto il resto».
Molti di quei 60 mila venivano dalla Francia.
«Non è un caso. Così facendo per le forze dell'ordine è più difficile fare prevenzione. Un conto è attenzionare gli antagonisti italiani un conto è farlo con personaggi che provengono da fuori. Nessuno si chiede il motivo per cui sul versante francese ci sia solo un custode che la sera chiude il cancello del cantiere mentre da noi è presidiato dall'esercito»
Perché?
«In Val di Susa è nata Prima Linea, è una zona che ha come atavico ricordo l'origine partigiana. Oltre al contrasto feroce dei valsusini nei confronti dell'opera».
Lei cosa farebbe, oltre a incriminarli per terrorismo?
«Sono 18 anni che va avanti questa storia, la tolleranza è finita. Non devono essere concessi più spazi, anche quel Festival che fanno, ma lo facessero su una spiaggia. È una repressione fascista? Ritenetela tale».
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