Giallo della ricina, ipotesi avvelenamento in due tempi: "Sara sembrava essersi ripresa"
Quando e come è stata somministrata la ricina ad Antonella di Ielsi e Sara Di Vita, mamma e figlia morte per avvelenamento a Pietracatella, in provincia di Campobasso, lo scorso dicembre? È una delle domande fondanti dell’inchiesta per duplice omicidio premeditato, al momento contro ignoti, coordinata dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli. La risposta potrebbe arrivare dagli accertamenti tossicologici sui 70 alimenti sospetti inviati agli esperti dell’Istituto Robert Koch di Berlino, centro europeo all’avanguardia sullo studio dei veleni, nelle prossime settimane. Decisive ai fini delle indagini tradizionali, invece, sembrano essere le testimonianze di familiari e conoscenti delle vittime. A partire da quelle di Gianni Di Vita, marito di Antonella e papà di Sara, e della figlia secondogenita della coppia Alice.
Il racconto di Alice
Oltre alla relazione medico legale, agli atti del fascicolo per duplice omicidio ci sono anche i verbali di Alice. La ragazza era stata sentita dagli investigatori a sommarie informazioni testimoniali il 28 dicembre, all’indomani del decesso delle due donne. Come è emerso nel corso di Morning News, il programma di approfondimento su cronaca e attualità condotto dal giornalista Dario Maltese su Canale 5, dalla prima testimonianza della 19enne emerge un racconto dettagliato sul calvario di mamma e figlia. “Alle ore 10 del 25 dicembre sono scesa a fare colazione, mamma stava a letto: si sentiva male e aveva già vomitato, era debole. - spiega la giovane - Dopo circa mezz’ora anche mia sorella Sara si è alzata e ha cominciato ad accusare i primi sintomi, nausea e vomito, quindi si è rimessa a letto. Papà invece stava sul divano e stava bene. Nel pomeriggio sono rimasta e casa, in quanto mamma e Sara stavano male ed erano molto deboli, continuavano a vomitare. Poco prime delle 18 papà ha chiamato una sua zia, che ha somministrato per iniezione del * sia a Sara sia a mamma. Non avendo gli effetti sperati, abbiamo deciso di portare Sara e mamma al pronto soccorso. Loro erano molto deboli, al punto tale che ho dovuto aiutarle a vestirsi”. In un passaggio della sua audizione, Alice racconta che il giorno di Santo Stefano Sara avrebbe dato segnali di ripresa: “Alle 2 del 26 dicembre sembrava che Sara stesse meglio, quindi dopo la sua dimissione abbiamo deciso di riportarla a casa, mentre mamma è rimasta lì in osservazione. - continua - Alle 11 mi sveglio con un messaggio o una chiamata di papà, non ricordo bene, con cui mi avvertiva che erano tornati al pronto soccorso perchè Sara aveva avuto gli stessi sintomi, anche lui cominciava ad avvertirli. Verso le 15 sono rientrata a casa, erano ritornati mamma e papà dall’ospedale, sembrava che stessero un po’ meglio, anche se deboli, soprattutto mamma. Sara è rimasta all’ospedale, a tardo pomeriggio, verso le 19 credo, siamo andati io e papà a riprenderla". Il racconto della 19enne sembra avvalorare l’ipotesi di un avvelenamento in due tempi, come avrebbero inizialmente sospettato gli inquirenti. Ma il dubbio rimane: quando e come sarebbe stata somministrata la ricina alle vittime?
I medici indagati
Un altro punto da chiarire riguarda le eventuali responsabilità dei sanitari indagati con l’ipotesi di reato per omicidio colposo. La relazione medico legale, di oltre 900 pagine, ha concluso che la quantità di veleno ingerita era letale e, in assenza di un antidoto specifico, era sostanzialmente impossibile evitare il decesso. “Il mio assistito è sempre stato tranquillo, ha ritenuto di avere fatto tutto quanto era nelle sue possibilità. Avere oggi un’ulteriore conferma con la perizia dei quattro consulenti è un’altra prova che non ci fosse alcuna possibilità di salvarle”, ha dichiarato nel corso di un intervento a Morning News l’avvocato Domenico Fiorda, che difende uno dei medici indagati. “Lui si è occupato per due volte di Sara, - ha proseguito - il 26 pomeriggio e il 27, ha notato una grande differenza tra la situazione del 26, dove Sara aveva mangiato perché aveva fame, e il 27, dove c’era una situazione clinica completamente differente e più grave”. Rispondendo a una domanda sul conduttore sull’ipotetico profilo dell’assassino, Fiorda ha offerto uno spunto interessante: “Sicuramente qualcuno di esperto. - ha concluso - Pensare che la ricina sia stata somministrata a Natale, mi fa pensare che sia intenzionale. È il periodo in cui ci sono picchi di ricoveri per gastroenterite in pronto soccorso, quindi i sintomini che la ricina dà tra le 15 e le 36 ore”.
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