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Ahi ahi Trump, pure un Pnrr per gli ayatollah. I limiti dell'intesa trappola

Gli Usa firmano un accordo trappola con quei 300 miliardi per «ricostruire» l'Iran Vance minimizza: «Nessun fondo verrà sbloccato se non manterranno gli impegni»

David Di Segni
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Il memorandum firmato da Stati Uniti e Iran per cessare le ostilità in Medio Oriente è strutturalmente debole, non offre alcuna garanzia di sicurezza per l’Occidente e solleva interrogativi importanti tanto sulla strategia finora adottata da Trump quanto sul mutamento dei rapporti fra grandi potenze. La superiorità militare di Washington si è scontrata con il ricatto di Teheran, che attraverso lo Stretto di Hormuz è nuovamente riuscita a piegare un Occidente stressato dalla crisi economica e dal peso delle opinioni pubbliche. La precarietà dell’accordo passa anzitutto sulla grande assenza di Israele, uno dei tre attori coinvolti nel conflitto. Il governo di Gerusalemme non è stato né direttamente coinvolto nelle fasi negoziali né citato nei 14 punti dell’intesa, nonostante questi riguardino anche il fronte libanese. Tema su cui, però, il premier Netanyahu ha chiarito di non voler indietreggiare rispetto alla minaccia Hezbollah.

Questo particolare sottolinea implicitamente il rifiuto iraniano di riconoscere la legittimità dello Stato ebraico e quindi l’intenzione di non arretrare nello scopo di distruggerlo attraverso i proxy e il proseguo del programma nucleare. In questo senso, «l’impegno» della Repubblica Islamica a non procurarsi né a sviluppare armi atomiche, più volte violato, dev’essere letto come l’ennesima farsa utile solo a prendere tempo per restaurare le proprie infrastrutture. A queste condizioni, futuri scontri saranno inevitabili, a prescindere da qualsiasi clausola di rispetto della «sovranità territoriale» pattuita fra i firmatari.


Il braccio di ferro, comunque, offre un pericoloso vantaggio a Teheran. Davanti alla rimozione del blocco navale Usa, l’Iran «adotterà misure per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali, senza costi per 60 giorni, dal Golfo Persico al Mare dell'Oman e viceversa». Un nodo fondamentalmente irrisolto, mentre i Pasdaran si riservano di avviare «un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz». Tutto è in bilico e i toni vittoriosi del Tycoon, da leggere in ottica d’arrivo di Midterm, cozzano dunque con la realtà di un accordo che è anche economicamente svantaggioso. La Casa Bianca dovrà infatti versare 300 miliardi di dollari assieme ai partner regionali «per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica», una cifra che equivale a 1.53 volte il valore del nostro Pnrr.


Il vicepresidente JD Vance ha assicurato che nessun fondo verrà sbloccato se «gli iraniani non manterranno gli impegni», ma la narrativa di superiorità non convince più alla luce di un "Piano Marshall" al contrario che rende questa intesa una debacle politica sempre più simile a una resa incondizionata e dai dettagli inquietanti. Non solo il ritiro Usa delle sanzioni, ma anche delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu, del Consiglio dei Governatori dell'Aiea finanche lo sblocco di tutti i beni congelati al regime. Senza contare anche le «deroghe per l'esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petroliferi e derivati, nonché per tutti i servizi associati, comprese le transazioni bancarie, le assicurazioni, i trasporti».


Il memorandum, nella sua tragica natura concessoria agli Ayatollah, fotografa però due realtà. La prima è che le dittature giocano partite impari, non dovendo rendere conto delle proprie azioni alla popolazione. La seconda è che gli Stati Uniti hanno sostituito le lunghe campagne stile Vietnam e Afghanistan con operazioni Shock and Awe, che consentono però di ottenere risultati solo nel breve periodo.


Un lusso che non può permettersi invece Israele, costretta a proseguire, anche da sola, la sua battaglia esistenziale contro la minaccia iraniana. L’Occidente che oggi applaude all’accordo per placare media e mercati, ignora una realtà: che Teheran rappresenta unpericolo globale, responsabile di quello stesso sovvenzionamento al terrorismo internazionale che colpisce dentro le nostre case. Altro che toni festanti, il problema è solo rimandato.

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