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Milano, all'oratorio si prega per l'Islam. Campo estivo della parrocchia aperto ai musulmani

Foto:  Il Tempo 

Matteo Rossi
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A Milano il caldo estivo inizia già a dare alla testa. Si apprende infatti dal sito dell’arcidiocesi che il parroco di San Giovanni Bosco, don Giovanni Salatino, ha pensato di organizzare un campo estivo all’insegna dell’inclusione. Oggetto delle cure del pastore sono i ragazzi di fede islamica, ai quali sarà dedicato un momento parallelo alla preghiera cattolica, nel quale potranno concludere la riflessione quotidiana con la formula del Bismillah. Levata immediata di scudi da parte della Lega lombarda, che cerca di rifarsi dopo la candidatura dei due musulmani a Vigevano. A prendere la parola è il capogruppo in Regione, Alessandro Corbetta, che ricorda un dato elementare: gli oratori dovrebbero essere luoghi dove si approfondisce la fede cattolica. Giusto. L’arcidiocesi è a sua volta intervenuta con una nota, nella quale fa sapere che le occasioni di preghiera islamica in spazi parrocchiali «non indeboliscono l’identità cristiana di chi li accoglie». Arcigiusto. Il problema, in questo caso, è avere un’identità cristiana.

Sembrerebbe non possederne nemmeno un’idea il parroco in oggetto, che fa sapere dal sito della chiesa milanese che tutti noi, cristiani e musulmani «preghiamo lo stesso Dio» anche se all’interno di tradizioni di fede diverse. Se fossimo in "Un sacco bello", Mario Brega si sarebbe già alzato sottolineando l’assenza delle basi del mestiere. Se fossimo in un qualsiasi momento della storia della Chiesa prima del 1962, l’assemblea avrebbe già risposto con l’anatema. Invece, come ricordano i successori di Ambrogio e dei Borromeo, se è improprio «arrivare a una semplice equiparazione che misconosca differenze sostanziali», la dichiarazione conciliare Nostra Aetate, esplicitamente citata, al paragrafo 3 afferma che i musulmani «adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente creatore del cielo e della terra». Insomma, a ben vedere, il documento del 1965 sembrerebbe dare ragione a don Salatino che, pur parlando di «tradizioni religiose differenti», riafferma la sostanziale identità fra Allah e il Dio trino ed uno, in linea con un’interpretazione assolutamente possibile di Nostra Aetate. Dunque, nella sua natura tragicomica, il caso milanese scoperchia in realtà un vaso di Pandora che rischia di minare la sussistenza medesima del cristianesimo, non solo del cattolicesimo.

Affermare che cristiani, musulmani ed ebrei, solo perché monoteisti, pregano lo stesso Dio, non significa solo negare la propria tradizione religiosa, ma in toto la propria identità cristiana, fondata sull’unità e trinità di Dio. Non è una questione politica, ma teologica, dalla quale dipende la sopravvivenza dell’Occidente che è, piaccia o no, cristiano. E non lo è solo per convenienza e calcolo elettorale, ma lo è nell’intimo. Dalla conoscenza della nostra vera identità, della nostra storia religiosa, a partire dalle definizioni della dottrina, parte quindi il necessario percorso per l’unica difesa efficacie del nostro mondo, che poggia nella sua interezza, dalla tradizione speculativa medievale alle dottrine liberali, sul cristianesimo. Essere consapevoli che il Dio del Vangelo e quello del Corano sono due entità profondamente diverse e inconciliabili è il più grande vaccino che possiamo somministrarci contro quelle narrazioni che fanno della cieca accoglienza, in nome di una supposta condivisione dei fondamenti religiosi, il cavallo di Troia per la distruzione della nostra Civiltà, a partire dalle sue radici più profonde.

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