Cesena, lo striscione "Italia agli italiani" non piace alla sinistra del "pensiero unico"
Liceo Monti di Cesena: due studenti espongono uno striscione con la scritta «Italia agli italiani». Apriti cielo. Scattano polemiche. Su richiesta dell’Istituto interviene la Digos. Titoli indignati, accuse di razzismo, linciaggio sui social, interventi politici, provvedimenti disciplinari, sei in condotta e persino un percorso di recupero in educazione civica. Non basta. Si invoca anche una sorta di rieducazione culturale affinché quei ragazzi comprendano l’errore delle loro convinzioni. Altri amici di quei ragazzi intervistati nella trasmissione di Francesco Vecchi nella trasmissione di rete 4, 4 di sera News, solidarizzano «Italiani sono tutti coloro che vogliono sostenere la crescita sociale ed economica del nostro Paese», dice uno di loro. Ed alla domanda provocatoria del giornalista «Anche se fosse un marocchino?», danno lezione di maturità «Certo – risponde – anche se fosse marocchino. L’importante è che contribuisca alla crescita del nostro Paese nel rispetto della nostra Costituzione e dei nostri valori».
Non spetta a noi stabilire se questa visione sia giusta o sbagliata. In democrazia le idee si discutono. Ma se questa era davvero la loro posizione, allora non siamo di fronte a una teoria della superiorità razziale, bensì a una concezione civica dell’appartenenza nazionale fondata sull’adesione a regole e valori comuni. Perché gli italiani non sono una razza. Ma un popolo. Eppure il processo mediatico e disciplinare è già iniziato. Prima che quei ragazzi potessero spiegare il loro pensiero. È qui che emerge una domanda scomoda. Perché quando alcuni studenti occupano scuole e università, interrompono le lezioni, bloccano attività didattiche o partecipano a manifestazioni degeneranti in episodi di violenza, la narrazione prevalente parla spesso di «ragazzi che esagerano»? Durante le ondate di mobilitazione studentesca a sostegno della Palestina, decine di scuole superiori in tutta Italia (in particolare a Roma, Milano, Napoli e Pisa) sono state occupate per diversi giorni dagli studenti. In molti di questi casi, le occupazioni hanno comportato l’interruzione del pubblico servizio, la sospensione totale delle lezioni e danneggiamenti. Ciononostante le sanzioni comminate dai consigli d'istituto sono state spesso minime o nulle.
O ancora al Liceo Galilei di Pisa. Anche qui con l’occupazione pro-Palestina che ha bloccato le lezioni per quasi una settimana. Il consiglio d'istituto ha deliberato come «punizione» semplicemente la revoca del ponte del 1° giugno per recuperare le ore di lezione perse. Nulla più. Senza l’assegnazione di 6 in condotta o sanzioni individuali gravi per i promotori. E poi: 70.000 euro di danni accertati al liceo Liceo Severi-Correnti durante l’occupazione del febbraio 2024. Al Liceo Virgilio di via Giulia di Roma sono stati spesi circa 60.000 euro per riparare arredi e bagni devastati. All’istituto Archimede-Pacinotti la stima dei ripristini si è attestata sui 50.000 euro: vetri rotti, porte scardinate, aule vandalizzate e distributori automatici divelti sono stati i riscontri più comuni registrati nei verbali tecnici. Docenti aggrediti che sottolineano comprensibilmente le difficoltà sociali e familiari degli autori. Ma quando il comportamento contestato consiste nell'esposizione di uno slogan politicamente non condivisibile dal «pensiero unico», la risposta diventa immediatamente morale, ideologica e pedagogica.
Non si tratta di minimizzare il contenuto di una frase. Si tratta di ristabilire una corretta gerarchia nella gravità dei fatti e nelle conseguenze. In uno Stato di diritto le azioni contano, o dovrebbero contare, più delle opinioni. Un’aggressione fisica a un insegnante rappresenta un attacco concreto a una persona e all’istituzione scolastica. Vale la pena ricordare che il docente, nell’esercizio delle sue funzioni, riveste pubblico ufficiale, e la perseguibilità prescinde persino dalla volontà della vittima di sporgere denuncia. Uno slogan, invece, appartiene al terreno delle idee. Può essere criticato, contestato, persino considerato sbagliato. Ma resta un’opinione. La scuola ha certamente il dovere di educare al rispetto della persona e dei principi costituzionali. Molto meno chiaro è il confine oltre il quale l’educazione si trasforma in qualcosa di diverso: nella volontà di affondare convinzioni politiche non condivise dai più. Questo è tipico delle dittature.
Ed è proprio questo il punto che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la libertà. Quando un sistema educativo si sente investito del compito di distinguere non soltanto ciò che è lecito o vietato fare, ma anche ciò che è lecito pensare, il rischio è quello di trasformare la formazione in conformismo. Le democrazie liberali non hanno, o non dovrebbero ave paura delle idee. Ma della violenza. Le idee si combattono con altre idee. La violenza si combatte con le regole. Confondere i due piani significa perdere di vista il principio fondamentale che dovrebbe guidare ogni istituzione educativa: insegnare a pensare, non insegnare cosa pensare.
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