Hawala, il sistema usato da trafficanti e terroristi per muovere il denaro
Si chiama hawala, ed è il sistema di trasferimento fondi invisibile che sfida le Procure. Un circuito informale nato dalla giurisprudenza islamica nell’ottavo secolo e basato sulla fiducia tra intermediari, gli hawaladar. È usata da migranti, commercianti, famiglie e comunità che vivono dove le banche costano troppo, arrivano tardi o non arrivano affatto. Oppure è usato da reti criminali e organizzazioni terroristiche per non rendere tracciabili i movimenti anche di centinaia di milioni di euro. In Italia è emerso in alcune inchieste giudiziarie. L’ultima, in ordine di tempo, è quella condotta dalla Dda di Genova che ha contestato ad un gruppo di tunisini il reato di associazione a delinquere transnazionale finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ad uno degli indagati sono stati contestati anche servizi di raccolta, cambio e trasferimento all’estero e in Italia di valuta, mediante transazioni fiduciarie non tracciabili proprio attraverso il sistema hawala.
Ancora prima, nel 2017 a Bari, nell’ambito dell’operazione «hawala.net», la Polizia di Stato eseguì un’ordinanza di custodia cautelare contro un gruppo accusato di traffico di migranti e di uso di canali finanziari non censiti come banche o intermediari autorizzati. Questo sistema è citato anche dagli investigatori dell’operazione «Domino» che ha coinvolto Mohammed Hannoun. Il sistema nasce nell’Asia meridionale nell’VIII secolo ed è ancora oggi usato in molte parti del mondo, soprattutto in comunità legate al Medio Oriente, all’Asia meridionale, all’Africa occidentale e alla diaspora musulmana. Nel tempo il meccanismo è rimasto lo stesso. La sua forza storica è anche il suo punto critico attuale perché funziona fuori dalla tracciabilità bancaria ordinaria. La caratteristica principale, infatti, è che il denaro non viene materialmente trasferito da un Paese all’altro, ma avviene attraverso una rete di intermediari chiamati hawaladar, cioè operatori o broker dell’hawala. In aggiunta alle piccole commissioni, i profitti dei mediatori hawala si basano anche sul fatto che gli stessi bypassano i tassi ufficiali di cambio.
Generalmente, i fondi entrano nel sistema con la valuta del paese di origine, e lo lasciano nella valuta del paese del destinatario. Così come i pagamenti avvengono senza alcuna operazione in valuta estera, per cui possono essere effettuati a tassi diversi dal cambio ufficiale. Tra i due hawaladar non passa subito denaro fisico. I due intermediari regolano i loro conti in seguito, periodicamente. Possono farlo con contanti, beni, servizi, compensazioni commerciali o altri meccanismi. È qui che nasce il problema per magistrati e Procure occidentali. Non esistono bonifici o documenti standard perché la garanzia non è la banca, ma la reputazione dell’hawaladar. Chi non paga perde onore, clienti e rete. Questa struttura spiega perché il sistema resista da secoli e perché interessi le Procure. La hawala consente di spostare valore in modo veloce, economico e accessibile. Le stesse caratteristiche la rendono utile a riciclaggio, traffico di migranti, narcotraffico e finanziamento del terrorismo.
FATF, World Bank, IMF e UNODC convergono su un punto: non è un’infrastruttura criminale in sé, ma diventa un moltiplicatore di opacità quando opera fuori da licenze, registrazioni e controlli antiriciclaggio. Nel finanziamento del terrorismo il problema non è dimostrare che ogni hawala sia illecita, bensì provare quando una rimessa, apparentemente familiare o commerciale, diventa parte di una catena di sostegno operativo. Gli investigatori devono seguire fondi incassati, compensati e schermati tra più Paesi attraverso fatture alterate, import-export, oro, conti opachi o contante. Il punto debole restano i registri degli hawaladar scritti a mano e oggi (forse) nei databas
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