Sicurezza, da Modena a Roma il crimine parla straniero. Ma guai a dirlo
Ricapitolando. Cosa è successo in quindici giorni. Il 16 maggio a Modena, dove Salim El Koudri, 31enne marocchino con cittadinanza italiana, ha lanciato l’auto contro otto persone in pieno centro storico, ferendole gravemente – una donna ha perso entrambe le gambe – per poi scendere e accoltellare chi cercava di fermarlo. Tre giorni dopo, il 19 maggio a Civitacampomarano, un marocchino pregiudicato si è lanciato con l’auto contro tre persone sedute su una panchina. Nello stesso periodo, tra il 19 e il 22 maggio, a Roma, in un palazzo occupato prevalentemente da africani, una 32enne colombiana è stata segregata, minacciata con una pistola e stuprata per tre giorni da essa cinque occupanti – due gambiani, un maliano e due nigeriani – tutti con precedenti e alcuni già destinatari di decreti di espulsione mai eseguiti. Il 20 maggio a Firenze un 15enne tunisino è stato arrestato per arruolamento con finalità di terrorismo internazionale di matrice jihadista: contatti con l’Isis, ricerca di armi, pronto ad agire.
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Il 30 maggio a Pergine Valsugana, durante una festa campestre, due fratelli tunisini di 24 e 25 anni, già noti alle forze dell’ordine, hanno prima infastidito i presenti e poi aggredito due motociclisti italiani, colpendoli anche con un’ascia e ferendoli gravemente. Il 31 maggio a Genova, nel parco di Villetta Di Negro, il 42enne senegalese Cisse Camara, con precedenti, ha ucciso a bottigliate il 49enne Pietro Alberto Paolo Signor. Il 1° giugno ad Amendolara quattro braccianti pakistani sono stati bruciati vivi dentro un minivan da due connazionali. Tra il 1° e il 2 giugno a Vimercate un 21enne marocchino nato in Italia è stato fermato per terrorismo internazionale: inneggiava al martirio ed esaltava gli attentati dell’Isis, citando proprio l’episodio di Modena. Infine, il 2 giugno a Roma, il 57enne Luca Di Vito è stato sgozzato da un 18enne colombiano, suo vicino di casa, durante una lite per l’immondizia. E all’estero il copione non cambia: a Parigi è scoppiata una notte di guerriglia dopo la vittoria del PSG, con giovani di seconda e terza generazione come protagonisti. Nel Regno Unito è emerso il video dell’omicidio dell’18enne Henry Nowak, accoltellato a morte da un 23enne di origini indiane: la polizia, invece di arrestare l’aggressore, ha ammanettato la vittima perché Digwa l’aveva accusata di razzismo.
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Questi non sono episodi isolati o semplici fatti di cronaca nera da archiviare in fretta. Sono un campionario concentrato in pochissimo tempo che restituisce un’immagine nitida di una parte del fenomeno migratorio che in Italia si preferisce troppo spesso minimizzare o rimuovere. Non è razzismo segnalarlo. È realtà. Chiunque osservi questi eventi con onestà intellettuale capisce che il problema non è il colore della pelle in sé, ma l’incapacità di una quota non trascurabile di certi flussi migratori di integrarsi davvero nella società italiana ed europea. Modelli culturali, religiosi e comportamentali incompatibili con le nostre regole di convivenza si traducono troppo spesso in violenza gratuita, fanatismo jihadista, aggressività di branco, criminalità e sfruttamento. Le statistiche sulle carceri, sui reati contro la persona, sulle denunce per stupri e sulle inchieste antiterrorismo lo confermano da anni. Eppure ogni volta che si prova a dirlo scatta l’accusa automatica di razzismo. Come se fosse più grave notare il pattern che subirlo. Il punto non è odiare gli stranieri. È pretendere serietà: espulsioni immediate ed effettive per chi delinque, un’integrazione reale invece dell’assistenzialismo, controlli rigorosi sui nuovi ingressi e un dibattito pubblico onesto, senza ipocrisie. La percezione dei cittadini non è un’allucinazione collettiva: è il risultato di quello che vedono ogni giorno nelle strade, nelle periferie e nelle notizie. Ignorare questa realtà non la fa scomparire. La rende solo più pericolosa. È ora di chiamarla con il suo nome, senza paura. Per il bene di tutti.
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