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Vittorio Feltri: a Roma più Don Coluccia e meno degrado e baby gang

Vittorio Feltri
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Non mi appassionano i sermoni della domenica ma mi piacciono i preti che vanno in giro per le strade a raccogliere disgraziati e ammonire malfattori, e se devo pensare a un rimedio contro l’islam prepotente che avanza con la faccia da maranza e il coltello nascosto in un taschino penso a don Coluccia dal ciuffo scarmigliato che si muove come un gendarme nelle vie di Roma e ha già scavato nell’animo di tanti.

Confesso di essermi appassionato alla sua storia da quando leggo le cronache del Tempo. Solo un visionario venuto dal Salento, figlio di un operaio, potrebbe organizzare le passeggiate della legalità e poi chiamarle presidi pastorali spingendosi fin nelle strade strette del Quarticciolo o nei palazzini occupati dai clandestini di Tor Cervara dove non si vive ma si sopravvive, e i pusher fanno le ronde per tenere lontane le forze dell’ordine e governare meglio i cavallini della droga che vanno e tornano carichi di morte.

 

Potrebbe starsene comodamente seduto in sacrestia a recitare il rosario con le vecchiette accartocciate nelle sottane nere. O impartire quattro «ave Maria» e un «Padre nostro» ai fedifraghi dei Parioli che al confessionale fingono di ravvedersi e poi vanno a letto con l’amante.

Invece se ne va in giro la notte con un fischietto in bocca e un megafono resuscitato da uno stadio. Urla ai pusher «convertitevi». E manda a ripetizione le canzoni contro la mafia di certi gruppi rap che piacciono ai ragazzi e si ficcano nella testa come chiodi pieni di domande.

Per gli spacciatori è come lo spray urticante che arriva all’improvviso e ti travolge, non ti uccide ma ti obnubila la vista e ti fa perdere coscienza. Gli rispondono a insulti e sassate, bombe molotov e cassonetti accesi, «prete infame» è il meglio che gli gridano nelle sere di quiete. È diventato un bersaglio mobile come tutti quelli che dicono la verità e non si nascondono sotto la copertina stretta del quieto vivere in voga. Lo volevano investire con un motorino rubato. Ma lui, ogni volta che glielo ricordano, replica che «non c’è rischio senza vangelo né vangelo senza rischio». Adesso ha la scorta che gli guarda le spalle, a riprova del malumore che si porta appresso e raccoglie.

Gli frega nulla: ama le periferie perché sono l’inizio (non la fine) delle città, e i derelitti perché sotto le rughe spesse nascondono i resti di un’umanità senza finzioni.
L’ho visto e immaginato tra le macerie di via Tallone. Il buco nero delle cronache nere che avete tante volte denunciato, con gli zombie strafatti di roba che sbucavano dalle cantine e un ex soldato nigeriano che avanzava gradasso tra i rottami.

Ignoro cosa si siano detti. Ma sono sicuro che gli abbia tenuto testa fino in fondo davanti a quel tamburellare di facce stinte dalla droga e clandestini a caccia di prede facili. Non ho dimestichezza con Dio ma ho sempre ammirato chi usa la vocazione a fin di bene. Non è scontato: talune chiese sembrano uffici pubblici. Rifugio di sacerdotini senza arte né parte che fingono compartecipazione al mal di vivere quotidiano dei fedeli, invece vogliono solo tirare a fine giornata con l’anima in pace, il rosario al collo, e il desco assicurato.

Il solito Feltri mangiapreti, direte voi... Nossignori. La mia vita è costellata di religiosi che me l’hanno cambiata in meglio e sono il primo a riconoscere la potenza del messaggio cristiano anche se oltre la morte non ho supposto mai niente di paradisiaco e tantomeno un giudizio divino. Monsignor Angelo Meli fu il primo a prendermi per un orecchio quando ero solo un ragazzino ribelle. Vide il bello e il buono che covavano sotto la cenere e ci mise il suo seme. Non ha fatto di me un santo ma mi ha insegnato a togliere la gramigna e a distinguere il bene dal male. Mi manca assai quel suo modo di mostrarmi il divino intercalando il bergamasco e la lingua latina. E mi commuovo a pensare a noi due, lui uomo io ragazzo, seduti in una biblioteca di Bergamo a sviscerare dubbi, patimenti e incertezze giovanili.

Don Coluccia è di un’altra pasta ma sempre buona e verace. Non teme il demonio, va a prenderlo direttamente per il colletto nelle strade che sanno di rancido e cibo speziato e sui ballatoi dove le urla scomposte della povertà stanno appese ai davanzali insieme alle parabole e ai panni del bucato seccato dal sole.

Mi ricorda tanto don Patriciello di quella provincia di nessuno che chiamano Caivano. Tipo sveglio anche lui, folgorato forse da un fraticello scalzo cui un giorno diede un passaggio. Si svegliò una notte sopraffatto dalle zaffate di marcio della terra dei fuochi inquinata dagli scarichi industriali e non stette più zitto.

Vorrei che di lui e don Coluccia ci fosse una produzione in serie. Sono certo che arginerebbero un po’ di monnezza che abbiamo in giro. Conosco già l’obiezione del mio amico Renato Farina, la chiesa è piena di preti buoni e non è solo letteratura, il don Camillo di Guareschi che parlava con Cristo in croce con le mani giunte e un educato imbarazzo o il fra Cristoforo manzoniano con gli occhi come «cavalli bizzarri» che andava tra i monatti e gli appestati del Lazzaretto mostrando fede, speranza e carità anche a chi aveva perduto il senno e la ragione. Erano e sono uomini veri. Come il don Giussani che parlava di Dio ai giovani con fede padana, per niente incline al moralismo. Aveva il fisico sottile, il naso pronunciato, le orecchie importanti, sembrava lo strumento perfetto per mostrare e diffondere il mistero della creazione attraverso un uomo fatto di carne ed ossa. La sua Comunione e Liberazione seppe resistere al dominio comunista nelle università, solo per questo andrebbe fatto santo.

Sopportava e comprendeva tante cose ma non che ci fossero persone al mondo cui non fosse stata data occasione di incontrare Dio.

Ecco, don Coluccia porta Dio nelle favelas delle nostre città. Nei quartieri zeppi di immigrati. Dove si professa il corano poi si accoltella per una dose di «robba» o si stupra una sudamericana passandosela di mano in mano come un pallone da football. Le scuole dovrebbero arruolare i preti come lui. E spargerli nelle aule del Paese. Col megafono, col fischietto, col cristo in mano che una certa sinistra inclusiva e terzomondista ha smontato dalle pareti per lasciare il bianco sporco di un nuovo paganesimo. Ma la chiesa altresì dovrebbe cercare nuovi gendarmi, spingersi nelle strade e svegliarsi dal suo torpore. «La capitale si commuove ma non si muove», dice don Coluccia, così fa anche Milano. Ma se tornassero i preti coi megafoni, sai che rivoluzione?

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