Garlasco, Marco Poggi a Quarto Grado: "Si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara"
Diciannove anni di silenzio, poi la decisione di parlare. Sono solo anticipazioni quelle che trapelano in queste ore, ma bastano già a far capire il peso di ciò che Marco Poggi - fratello di Chiara, la giovane uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007 - ha scelto di dire per la prima volta in un'intervista esclusiva rilasciata al programma “Quarto Grado”. L'intervista integrale andrà in onda stasera alle 21.20 su Rete4, ma i frammenti già diffusi dalla trasmissione disegnano il ritratto di un uomo che ha raggiunto il limite della sopportazione.
Un'apparizione che arriva in un momento particolarmente delicato: il caso, considerato chiuso con la condanna definitiva di Alberto Stasi, è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico dopo l’avvio di una nuova inchiesta, riaprendo ferite mai del tutto rimarginate e riaccendendo polemiche che la famiglia Poggi aveva sperato di lasciarsi definitivamente alle spalle.
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“Mi sono sempre creato una bolla”, esordisce Marco Poggi, spiegando con queste parole la scelta di restare lontano dai riflettori per quasi vent'anni. Una scelta comprensibile, quella di chi ha perso una sorella in circostanze brutali e si è poi trovato a fare i conti non soltanto con il lutto, ma con il rumore assordante di un processo mediatico che non ha mai smesso di alimentarsi.
“Si è detto di tutto, in quest'anno – continua Poggi –. Si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara”. Una frase che suona come un atto d'accusa verso chi, secondo il fratello della vittima, ha strumentalizzato la tragedia di una ragazza di 26 anni per alimentare speculazioni e retroscena, spesso senza alcun fondamento.
La nuova inchiesta, con i suoi inevitabili riflessi mediatici, ha travolto anche lui. Marco Poggi non è rimasto estraneo alle voci, alle insinuazioni, a quella macchina del sospetto che nei casi di cronaca nera tende a divorare chiunque le si avvicini. “Essere accusato di essere coinvolto in un omicidio di Chiara”, dice con voce ferma, prima di fermarsi: “Facciamo una pausa qui”.
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Un silenzio eloquente, quello che segue, carico di tutto ciò che non si riesce a tradurre in parole quando si è costretti a difendersi da un'accusa che tocca il punto più doloroso dell'esistenza. “Chi indagava poteva benissimo smorzare alcune piste”, aggiunge, lasciando intendere che, a suo avviso, certe direzioni investigative - o certi rumor che le hanno accompagnate - avrebbero potuto essere ridimensionate prima di diventare materiale da cronaca.
Ma è quando il discorso torna alla sorella che il tono di Marco Poggi si fa più intimo, più vulnerabile. Al di là delle accuse che lo hanno riguardato direttamente, al di là del fastidio per le ricostruzioni distorte o per le fake news che sono circolate sul suo conto - come quella, smentita, secondo cui non si trovasse in Trentino il giorno del delitto - ciò che gli è pesato di più è altro.
“Le cose che mi hanno ferito di più alla fine sono quelle che riguardano Chiara e il voler rovinare un po' il suo ricordo”. Un passaggio rivelatore, che dice molto su come la famiglia Poggi abbia vissuto questi mesi: non soltanto come un attacco a sé stessa, ma come un oltraggio alla memoria di una ragazza che non ha più voce per difendersi. Dettagli che, nella loro parzialità, rendono ancora più attesa la visione dell'intervista completa.
Se le parole di Marco Poggi sono quelle di un uomo che ha scelto di difendersi - e di difendere la sorella - dall'esterno, lo sguardo della giornalista Candida Morvillo in studio offre una prospettiva più distaccata e, per certi versi, più tagliente. Commentando proprio le anticipazioni dell'intervista, Morvillo riconosce le responsabilità di chi ha diffuso notizie false sulla famiglia.
“Sicuramente anche le fake news che sono circolate su questa famiglia, incluso il fatto che lui quel giorno non fosse in Trentino, cosa veramente abominevole, è dovuta all'atteggiamento fortemente oppositivo non solo di Marco Poggi, ma anche di tutta la famiglia Poggi a questa inchiesta”, dice.
Una lettura che non assolve né condanna in modo definitivo, ma che pone una domanda precisa al centro del ragionamento. La giornalista comprende il dolore dei Poggi, e lo dice esplicitamente, ma non rinuncia a evidenziare una contraddizione che, secondo lei, non può passare inosservata: “Credo che la maggior parte delle persone riescano a capire il dolore della famiglia Poggi, che si ritrova alle prese con una nuova inchiesta, sapendo che in carcere c'è già un assassino con una condanna definitiva”.
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Eppure, aggiunge, proprio da chi ha già ottenuto una sentenza definitiva ci si potrebbe aspettare qualcosa in più: “Però allo stesso tempo ci si aspetterebbe che questa famiglia volesse la verità, oltre ogni ragionevole dubbio, che è quella che non cerca Marco Poggi neanche in quell'interrogatorio”.
Un'osservazione destinata ad alimentare il dibattito nelle ore che precedono la messa in onda, e che trasforma l'attesa per la puntata di “Quarto Grado” di oggi in qualcosa di più di un semplice appuntamento televisivo: l'occasione, forse, per ascoltare finalmente una voce che ha taciuto troppo a lungo.
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