Andrea Gilli: "Donald vuole avere il controllo Dopo Hormuz Xi deve trattare"
Il docente di studi strategici alla St. Andrews spiega gli scenari globali
Mentre la Russia prosegue la guerra in Ucraina e l’Iran non rinuncia al programma nucleare, la Cina insiste nel suo progetto di infiltrazione economica in Occidente con l’obiettivo di raggiungere il primato mondiale entro il centenario della Repubblica popolare. Per comprendere il ruolo di Pechino nello scenario globale in evoluzione, Il Tempo ha intervistato Andrea Gilli, docente di Studi Strategici all’Università St. Andrews e Associate Fellow dello IEP@Bocconi.
Il sistema dittatoriale della Cina ha garantito al paese una straordinaria competitività sul mercato globale e soprattutto europeo. Strategicamente, l’assenza di freni non rischia di rendere Pechino una potenza inarrestabile e quindi l’Ue un attore privo di forza economica?
«La crescita commerciale cinese è il prodotto di più elementi, a partire dalla presenza di un sistema autocratico. Lo Stato fornisce sussidi pubblici alle aziende nazionali, il tasso di cambio viene tenuto artificialmente basso, poi c’è lo spionaggio industriale e cibernetico. Con queste articolazioni, Pechino ha ottenuto un vantaggio sui mercati esteri, violando almeno nella sostanza il quadro del WTO. In questo contesto, le aziende occidentali non possono competere e gli effetti politici, sociali ed economici sono potenzialmente devastanti».
Quindi la «Nuova via della seta» firmata dal Conte I non era così vantaggiosa...
«L’Italia è stato l’unico paese del G7 a entrare nella “Belt and Road Initiative”, ma il problema era più europeo che nazionale. L’approccio diffuso era quello di comprare gas dalla Russia, commerciare con la Cina e ricevere protezione dagli Stati Uniti. Ma è stata una scelta miope, che nel medio-lungo periodo si è rivelata inefficace perché ha generato un’invasione compromettente del sistema. Tutto si è interrotto prima col Covid, poi con l’invasione dell’Ucraina e infine con l’arrivo di Trump che, non del tutto a torto, ritiene sia più facile dialogare con gli europei con le minacce piuttosto che con gli accordi».
A differenza di Russia e Iran, che utilizzano forme di guerra più tradizionali, la Cina privilegia una strategia asimmetrica basata su infiltrazioni tecnologiche e spionaggio industriale. Il furto e l’imitazione sono sufficienti a garantire un vantaggio?
«Se guardiamo a produzioni di bassa-media complessità, lo spionaggio industriale può essere molto efficace già in un periodo relativamente ristretto. La Cina l'ha fatto soprattutto nel settore automotive, dov’è riuscita a replicare degli ottimi prodotti capaci di farci concorrenza. Quando però si sale nella frontiera della complessità, per esempio nel campo dei semiconduttori o dei sistemi d’arma avanzati, Pechino è ancora indietro. Ciò non significa che non possa recuperare, ma richiede del tempo».
E richiede sia conoscenze tacite, dunque insiste nell’esperienza delle persone, sia l’integrazione fra know-how e capacità operative...
«Esatto, il fattore umano è fondamentale perché crea un modello unico che l’imitazione tradizionale fatica a replicare. Lo vediamo a pochi chilometri dalla Cina con Taiwan. Modalità e macchinari utili alla produzione dei conduttori sono già noti, ma allora perché solo Taipei è leader nel settore? Perché sono necessari annidi investimenti, formazione e aggiornamenti continui. Dall’altra parte, il grande limite resta quello della base tecnologico-scientifica. È possibile scoprire i segreti di un’azienda, ma senza gli strumenti adeguati tutte le informazioni diventano inutili. Nell’epoca dell’automazione, l’uomo fa ancora la differenza».
Mentre la Cina mira al primato mondiale, gli Stati Uniti puntano a mantenere il proprio dominio. La visita di Donald Trump da Xi Jinping come si inquadra?
«I due hanno mostrato di avere reciprocamente bisogno. Il meeting doveva avvenire mesi addietro ma, una volta chiuso Hormuz, anche Pechino ha riscontrato la necessità di trattare con Washington. È quindi possibile che gli Stati Uniti si muoveranno per aprire lo Stretto in cambio di un vantaggio sulle terre rare. Trump mira a bloccare la potenza commerciale cinese, controllare più fonti d’energia possibile in modo da ottenere un vantaggio negoziale e infine a promuovere una rivoluzione tecnologica fondata sull’Intelligenza artificiale che conferisca un primato mondiale. La partita è aperta».
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