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Madre e figlia avvelenate, colpo di scena: "La ricina era sciolta nell'acqua"

Luigi Frasca
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L'avvelenamento di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni, morte a fine dicembre a Pietracatella (Campobasso), potrebbe essere avvenuto assumendo ricina sciolta nell’acqua. Quasi certamente la sera del 23 dicembre, quando Alice, la primogenita 19enne, era fuori con gli amici. Lo scenario è quello ipotizzato dagli specialisti dell’ospedale Cardarelli secondo quanto riporta il Corriere. 

La procuratrice di Larino Elvira Antonelli e il capo della Mobile Marco Graziano si sono recati al Centro antiveleni di Pavia, lo stesso che aveva confermato la positività alla ricina di madre e figlia e la negatività, a seguito delle analisi del sangue, del marito e padre Gianni. La visita è servita per un confronto diretto con il consulente incaricato degli accertamenti tossicologici, finalizzato ad approfondire alcuni aspetti tecnici emersi dalla relazione già trasmessa alla Procura. In particolare, al centro degli approfondimenti ci sarebbero la tempistica dell'esposizione alla ricina e la lettura complessiva dei dati analitici alla luce del decorso clinico delle due vittime. Gli esiti del Centro antiveleni hanno già confermato la presenza di sostanze riconducibili al ricino nei campioni biologici di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, morte a fine dicembre, ma restano ancora da chiarire le modalità e i tempi dell'esposizione.

I due inquirenti hanno incontrato il direttore Carlo Locatelli. Secondo quanto riportato, l'ipotesi dell'acqua da bere è corroborata dal fatto che la ricina ha una volatilità estrema, non compatibile con la cottura degli alimenti. Non solo. Gli investigatori non pensano che il veleno fosse sciolto nelle flebo praticate da un infermiere. 

 

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