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La dormita della procura sulla grazia a Minetti

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I magistrati ammettono il pasticcio: «Siamo stati diligenti, ma non perspicaci» Non sono stati fatti controlli all'estero. Solo ora viene coinvolta l'Interpol

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 La gestione della richiesta di grazia a Nicole Minetti da parte dei magistrati milanesi si arricchisce, giorno dopo giorno, di elementi che impongono una riflessione ben più ampia di quella, inizialmente, liquidata con un parere favorevole quasi routinario. Le dichiarazioni ieri della Procura generale di Milano, nelle persone della procuratrice generale Francesca Nanni e del sostituto pg Gaetano Brusa, rappresentano infatti un passaggio tanto tardivo quanto rivelatore: «fatti gravissimi» emergono solo ora, a valle di una decisione già presa, e si annunciano accertamenti urgenti, persino con il coinvolgimento dell’Interpol.


Una dinamica che solleva un interrogativo inevitabile: com’è possibile che verifiche così rilevanti non siano state svolte prima? Cosa hanno fatto, ad esempio, i carabinieri di Milano che erano stati incaricati degli accertamenti? La Procura generale aveva espresso un parere favorevole che si fondava su una "delega classica" del Ministero della giustizia e sugli accertamenti dei carabinieri ritenuti «idonei e sufficienti».


Eppure, nel giro di pochi giorni, lo scenario cambia. Emergono elementi, riportati dal Fatto Quotidiano, che inducono la stessa Procura a correre ai ripari: verifiche «a tutto campo», ipotesi di rogatorie internazionali, acquisizione di documenti dall’Uruguay, controlli su eventuali procedimenti all’estero. In altre parole: ciò che prima non era stato ritenuto necessario, diventa improvvisamente urgente. Colpisce, nelle parole della procuratrice generale, l’ammissione: «Siamo stati diligenti, magari non perspicaci». Una frase che, al di là del tono difensivo, fotografa con precisione il cuore del problema. La diligenza burocratica, l’aver fatto «ciò che normalmente viene delegato», non può bastare quando si tratta di esprimere un parere su un atto di clemenza così delicato.

La grazia, per sua natura, non è un automatismo amministrativo ma un provvedimento eccezionale, che incide sull’esecuzione di una condanna definitiva e chiama in causa valutazioni profonde sulla persona, sul percorso rieducativo e sul contesto comAnni L’età dell’ex politica italiana, già consigliere regionale della Lombardia plessivo. Limitarsi a un perimetro standard di verifiche, senza interrogarsi sulla necessità di approfondimenti ulteriori, soprattutto quando emergono elementi di possibile rilevanza internazionale, denota poca accortezza.


Il punto più critico riguarda proprio ciò che non è stato fatto. Gli stessi magistrati hanno subito ammesso che nella istruttoria non sono stati effettuati controlli all’estero.
Un’omissione che appare difficilmente giustificabile, alla luce della stessa ricostruzione difensiva contenuta nell’istanza di grazia, che evidenzia una lunga permanenza della Minetti in Uruguay, attività sociali e relazioni consolidate in quel Paese. Se il quadro personale e biografico della richiedente si sviluppa in parte significativa fuori dall’Italia, è evidente che le verifiche non possono fermarsi ai confini nazionali. Verifiche, queste ultime, che non risultano comunque essere state effettuate. Il primario del reparto di Neonatologia dell’ospedale di Padova ha negato ieri di aver mai visto Minetti la quale, secondo i suoi legali, si sarebbe invece recata presso quel nosocomio prima di recarsi a Boston per curare il proprio figlio. Nanni e Brusa sottolineano di aver operato su delega del Ministero, evidenziando come quest’ultimo non abbia richiesto integrazioni istruttorie.

Ma questo scarico di responsabilità non chiarisce il nodo centrale. La Procura generale non è un mero esecutore passivo: il suo parere ha un peso specifico, e proprio per questo dovrebbe essere fondato su una valutazione sostanziale. Affermare che «il Ministero ha ritenuto sufficienti gli accertamenti» e che «la Presidenza li ha ritenuti idonei» non risolve il problema, ma anzi lo amplifica. L’avvio degli accertamenti urgenti rappresenta certamente un passo necessario.


Ma è anche la prova di un ritardo che pesa. Perché quando si arriva a ipotizzare la modifica di un parere già espresso, e su cui si è fondata la decisione del Capo dello Stato, il danno è già compiuto. I magistrati milanesi hanno ora l’opportunità – e il dovere – di fare piena luce sui «fatti gravissimi» emersi. Ma non può bastare. Occorre anche interrogarsi sulle ragioni di quella che, senza giri di parole, appare come una "dormita": un deficit di attenzione, di approfondimento, di capacità critica rispetto aun dossier che meritava ben altro livello di analisi.
 

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