Quel partito francese che punta a prendersi le banche italiane
La Banque Verte aspetta di capire il quadro politico: con il centrosinistra a Chigi lanciare un'Opa sarebbe più facile. Tanti i segnali della strategia del Crèdit Agricole: crescere in Bpm, poi prendere tutto
C’è sempre un convitato di pietra nelle vicende bancarie italiane. Quasi un partito, non nel senso politico ovviamente, ma un’aggregazione di intenti e propositi che punta a prendersi, senza clamore e con la strategia dei piccoli passi, fette importanti delle banche italiane. È il partito francese, che si insinua nelle divisioni e nella complessiva debolezza del nostro sistema e, mattone dopo mattone cerca di conquistare il cuore bancario del Paese. A guidare le legittime ambizioni (è sempre il mercato, bellezza) dei transalpini è il Crédit Agricole, una potenza economica mondiale che ha messo nel mirino da tempo il risparmio italiano. Il segnale è chiaro. Agli attenti osservatori non è passata inosservata, ieri, la frase di un ex direttore generale della Banca d’Italia del calibro di Salvatore Rossi che, all’indomani della vittoria della lista di Plt holding dell’ex ceo Luigi Lovaglio contro quella del cda che indicava come ad Fabrizio Palermo, sul ruolo del Banco Bpm nella creazione del terzo polo bancario con Mps e Mediobanca ha detto: «Può darsi che il Banco Bpm faccia questo calcolo. Ma bisogna considerare il ruolo dei francesi di Crédit Agricole che lì si apprestano a contare molto». Un avviso ai naviganti da non sottovalutare considerato il calibro del personaggio. Solo indizi.
Ma più di questi fanno una prova. Ed ecco che la strategia del ragno dei francesi si arricchisce di un elemento dell’ultima ora. Ieri all’assemblea dei soci di Bpm, l’ad Giuseppe Castagna, ha candidamente ammesso che qualche giorno fa «Crédit Agricole è salita al 22,8% e ci hanno detto che hanno approfittato del calo dei titoli in questo Paese cogliendo l’opportunità derivante dall’effetto della guerra in Medio Oriente. È anche vero che non hanno mai nascosto di voler salire sopra il 20% e possono salire fino al 29,9%». Non solo. «Non sono tenuti a dircelo- ha precisato - e questo non cambia il fatto che Crédit Agricole è un azionista forte con il quale abbiamo diverse collaborazioni e per noi non è assolutamente un problema gestirlo, ora sono anche nel board e sarà un’esperienza nuova. Sono tutti amministratori indipendenti e ci confronteremo con loro sui temi della nostra banca». Sono nel board. Quattro i consiglieri della lista francese. La porta insomma è aperta. E non è che l’inizio. Banchieri e operatori finanziari di lungo corso hanno portato a Il Tempo altri elementi, tasselli di una strategia più complessa di Parigi che punta a contare sempre di più nella banca milanese. Da qualche tempo la Banque Verte, raccontano, ha iniziato a dismettere partecipazioni e attività finanziare considerate secondarie. In cassa si starebbe accumulando liquidità, soldi cash pronti a essere utilizzati per operazioni straordinarie.
Non è chiaro quali. Ma se a pensar male si fa peccato, spesso ci si azzecca. Così non è difficile immaginare una salita lenta ma costante nel tempo, impercettibile. per arrivare alla soglia del 29,9% del capitale già autorizzata dalla Banca centrale europea. Ed è normale pensare che, consentito dalla legge se le posizioni sono «passive», fondi e società detengano azioni Bpm pronte a essere usate in caso di necessità per le strategie della Banca verde. Che se ha un obiettivo ben preciso: chiamare «banco» (nel senso del gioco delle carte) non ha ancora un calendario preciso. Già. Per ora è tutto in stand by. E per una ragione politica. Da Oltralpe attendono di capire quale sarà il quadro politico di riferimento con il quale confrontarsi nel caso del lancio di operazioni straordinarie.
Magari un’Opa totalitaria. Chissà. Per ora il motto è «Wait and see». Ma è chiaro che una cosa è confrontarsi con un governo di centrodestra la cui ambizione di tutelare il risparmio italiano è intenzione ben evidenziata nei fatti (vedi l’operazione Mediobanca-Mps e Generali) altra cosa è quella di avere come interlocutore un esecutivo di centrosinistra, potenzialmente più incline ad aprire gli scrigni del Paese a operatori esteri, senza sensi di colpa, in ossequio alla vulgata europeista. Il link per ottenere il semaforo verde ci sarebbe già. I buoni uffici potrebbero essere ben svolti da Alessia Mosca, esponente Pd che è stata anche europarlamentare. Mosca siede nel cda di Crédit Agricole ed è docente a Sciences Po a Parigi. La stessa università dove ha insegnato Enrico Letta, all’ombra del quale la Mosca è cresciuta politicamente. Basta unirei puntini per comprendere il disegno. E capire chi potrebbe gestire tra breve una parte considerevole dei nostri risparmi.
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