Dodici donne fatte a pezzi, una sola mano: la pista dei "macellai del lago"
In 15 anni una serie impressionante di delitti nei boschi di Como e Lecco. Cosa lega i casi delle prostitute uccise smembrate e rinchiuse in sacchi? Il criminologo Franco Posa ipotizza un serial killer o una banda del racket: «Modus operandi e punti in comune. Ecco perché si dovrebbe indagare»
Non giriamoci intorno. Sono considerate vittime di serie B. Sia chiaro, sulla loro uccisione si è indagato e si indaga ancora. Ma con la realistica consapevolezza che la vita della strada è brutale, alla mercè di ogni appetito umano. Spesso comandano criminali professionisti senza scrupoli né umanità, che sanno come mandare un messaggio: colpirne una per educare le altre, e quelle che verranno dopo. Gente che conosce i modi per non lasciare tracce visibili di sé o testimoni.
Parliamo di dodici donne uccise e fatte a pezzi nell’arco di 15 anni in un territorio estremamente ristretto: un fazzoletto di provincia lombarda intorno al lago di Como, dai boschi a sud del bacino fino a Lecco. Molte uccise con colpi tremendi e orrendamente mutilate. Il lessico giudiziario nella sua glaciale efficacia descrittiva rende bene l’idea: depezzate, come capi da macello. Una serie che va al di là di ogni proiezione statistica e criminologica. Cadaveri spuntati da sacchi neri nei boschi che si fondono con le campagne, tra il 1996 e il 2011. Alcuni appartenenti a ragazze non ancora o appena maggiorenni. Quasi tutti di donne straniere, finite a fare le prostitute di strada. Delitti dietro ai quali potrebbe esserci un’unica regia.
La mano di un serial killer: uno sterminatore di prostitute sadico e torturatore. O più mani, quelle del racket, una banda senza scrupoli che pur di imporre la propria legge non esita a usare i metodi più sanguinari. Delle due è questa l’ipotesi ritenuta più solida. Da chi? Da un gruppo di professionisti che ha studiato a fondo questi casi e oltre a delimitare un’area geografica ristretta, ha individuato elementi comuni nel modus operandi. È la squadra di Franco Posa, criminologo clinico esperto in neuroscienze forensi, che a Varese dirige l’istituto di ricerca NeuroIntelligence. È specializzato nell’analisi di cold case, casi irrisolti che oggi possono essere affrontati grazie alle nuove tecnologie. Per dire, ha lavorato con le autorità su casi celebri come la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, l’omicidio di Simonetta Cesaroni e tanti altri.
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12 CORPI IN 15 ANNi
La scia di sangue è lunga e densa. Il primo ritrovamento avviene nel 1996 vicino al Ponte delle Streghe a Villa Guardia, Como. Una giovane rimasta sconosciuta viene trovata sventrata da 18 coltellate, avvolta nel cellophane e coperta da un sacco nero. Era incinta. Nel 2001 viene trovato a Tavernerio il cadavere di Maddalena Calabria. Era stata reduce e testimone di una feroce rapina nella villa in cui lavorava come domestica. Dopo quei fatti sparì nel nulla, poi il drammatico ritrovamento. Come il precedente è un delitto senza colpevoli.
Nel 2003 all’interno di un sacco nero viene trovato ad Anzano del Parco il corpo di Malik Gyft Essuwa, nigeriana di vent’anni. Uccisa con 40 coltellate. Per quel delitto fu condannato un operaio della zona. Le modalità hanno molte similitudini con quello scoperto qualche mese dopo, quando una donna non identificata, bianca, viene trovata morta a Valbrona. Il corpo, più che altro uno scheletro, è chiuso in un sacco dell’immondizia, mani e piedi sono legati con del nastro adesivo. La mandibola è qualche metro più in là, alcune ossa mancano, altre sono spezzate. Probabilmente è stata uccisa altrove e poi trasportata lì.
Un’altra nigeriana viene trovata morta nel 2005 nei boschi di Mozzate. Helena Osakue, 28 anni. Per quel delitto è in carcere un pachistano. Nello stesso anno e negli stessi boschi viene trovato il corpo di Nadia Ridolfo. Aveva 32 anni e problemi di droga. Nel 2006 a Orsenigo spunta il cadavere di un’altra nigeriana, Evelin Agharewa, 33 anni. Il cranio sfondato a calci e pugni.
Questo delitto insieme al duplice ritrovamento nel 2007 a Morterone fa pensare a molti che non può essere un caso, uno scherzo della statistica. Alla fine dell’estate vengono scoperti i corpi violati di Luminita Ioana Dan, 17 anni, e Ionela Dragan, 19enne. Sono entrambe romene ma non si conoscevano tra loro. All’epoca si indagò sul racket albanese della prostituzione, ma anche sulle conoscenze delle due e su un possibile serial killer. Dieci mesi e a Perledo spunta il corpo di Silvia Demciuc, 24 anni. Fa clamore, poi, nel 2010 il ritrovamento in fondo al lago, a Malgrate, della testa di una donna probabilmente africana.
Ogni punto di questa mappa dell’orrore non dista più di 20 chilometri da un altro. Se estendiamo lo sguardo al Milanese, spuntano altri casi, almeno tre. Un mosaico pieno di vuoti con qualche tassello che trova sorprendentemente il suo posto: in almeno tre casi i sacchi neri sono stati chiusi da nastro adesivo marchiato Yamaha, non comune.
STESSO MODUS OPERANDI
«L’elemento principale è la ricorrenza di uno specifico modus operandi, la sequenza omicidio-depezzamento-insaccamento in almeno 4-6 casi verificati - spiega Posa -. Dal punto di vista criminologico e criminalistico, questa triade rappresenta un elemento comportamentale ricorrente certamente molto distintivo». La densità di eventi in un territorio così piccolo, inoltre, «potrebbe indicare la zona di lavoro o residenza dell’autore o degli autori degli omicidi». È bene chiarire che siamo nell’ambito delle ipotesi basate su pattern statistici e comportamentali, se si vuole venire a capo della questione bisognerà intervenire a livello investigativo.
Abbiamo parlato di un serial killer o di una banda. Posa propende «verso dinamiche di regolamento di conti all’interno del racket della prostituzione, piuttosto che verso la figura del cosiddetto "killer missionario" o del serial killer che agisce per appagare determinate pulsioni. Il modus operandi rilevato è tipicamente associato» a «contesti di criminalità organizzata, dove ha una funzione sia punitiva che dimostrativa». Mentre «il serial killer motivato da ossessioni o compulsioni personali tende a sviluppare rituali più elaborati e personalizzati, spesso con una componente sessuale o simbolica».
CACCIA AL MOSTRO
Ma cosa possiamo scoprire a tanti anni di distanza? Il criminologo ha proposto alla comunità scientifica un protocollo di analisi del depezzamento dei corpi in ambito criminale che integra fotografia forense, patologia, criminologia ambientale, crime mapping e l’applicazione di «Pasic». Quest’ultimo è un protocollo di autopsia psicologica che aiuta a ricostruire la vita della vittima: relazioni, condizioni psicologiche, vulnerabilità sociali... Un cold case «seriale» come questo, infatti, si muove su due direzioni. Da una parte la comparazione dei delitti - lesioni, materiale organico, tracce... - dall’altra la comparazione delle vittime a caccia di un movente comune, di un filo rosso che le lega insieme. Tutto per capire: chi ha ucciso queste donne? È stata una sola mano? Quanti altri corpi sono nascosti nei boschi intorno al lago? Quella mano, può colpire ancora?
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