Referendum, l'ultimo sondaggio Piepoli: il Sì è al 54%. Chi sale e chi scende
Il “Sì” alla riforma della giustizia conferma il suo vantaggio, anche se la campagna referendaria ha visto una polarizzazione crescente tra le forze politiche e all’interno degli stessi elettorati. A evidenziarlo è il sondaggio dell’Istituto Piepoli, guidato da Livio Gigliuto, realizzato per “Quotidiano Nazionale” secondo cui il "Sì" è avanti con il 54 per cento ed è in crescita di un punto rispetto alal consultazione precedente. Il "No" è al 46, in calo di un punto. Secondo l’analisi di Gigliuto, la politicizzazione del dibattito ha inciso in maniera significativa non solo sulle intenzioni di voto, ma anche sulla mobilitazione degli elettori e sulla struttura complessiva del consenso.
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Le stime indicano una leggera crescita della partecipazione, ancora inferiore al 50%, ma in aumento rispetto alle prime settimane di campagna. L’affluenza appare trasversale: elettori di maggioranza e opposizione mostrano livelli simili di mobilitazione. L’elettorato di centrosinistra, storicamente più attento ai referendum, mantiene un piccolo vantaggio in termini di propensione al voto, compensato però da una partecipazione più contenuta tra i sostenitori del Movimento 5 Stelle. In sostanza, l’interesse per la consultazione cresce, ma in modo generalizzato su tutto lo spettro politico.
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All’inizio della campagna, il dibattito era meno politicizzato e la conoscenza dei contenuti del referendum piuttosto superficiale. Oggi, sottolinea Gigliuto, gli italiani mostrano maggiore consapevolezza sia dei testi della riforma sia del peso politico del loro voto. L’ingresso deciso dei principali leader, con toni più netti e messaggi di mobilitazione, ha contribuito a richiamare alle urne una fetta più ampia di cittadini, determinando un aumento dell’attenzione pubblica e dei media sul tema.
Secondo Gigliuto, questa fase di politicizzazione ha avuto effetti diretti anche sulla composizione del consenso: all’avvio della campagna, il “Sì” godeva di una certa trasversalità. Quasi tutti gli elettori di centrodestra si dichiaravano favorevoli alla riforma, mentre nel campo dell’opposizione circa un terzo degli elettori di centrosinistra e del Movimento 5 Stelle si orientava anch’esso verso il “Sì”, condividendo alcuni punti specifici del testo e senza una forte pressione politica. Con l’aumento della polarizzazione, però, l’elettorato di centrosinistra si è progressivamente ricompattato sul “No”, riequilibrando la competizione. Allo stesso tempo, il fronte del “Sì” ha mantenuto compatta la base di centrodestra, confermando la forza del blocco tradizionale.
Il quadro attuale appare relativamente stabile: il “Sì” cresce di un punto rispetto alla precedente rilevazione, ma il margine complessivo si è ridotto. Circa un elettore su cinque resta ancora indeciso, un segmento particolarmente importante che potrebbe risultare determinante per l’esito finale. La partita, dunque, resta aperta e incerta fino agli ultimi giorni prima della consultazione.
Oltre alla tradizionale divisione maggioranza-opposizione, emergono fratture significative su più fronti. Sul piano generazionale, il “No” cresce tra gli under 25 e gli over 54, mentre nella fascia 25-34 anni si registra il picco di favorevoli al “Sì”. Sul piano territoriale, il Nord continua a premiare il “Sì”, mentre Centro e Sud mostrano una competizione più equilibrata.
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Le differenze più marcate riguardano titolo di studio e dimensione dei centri abitati. Tra i laureati prevale il “No”, mentre gli elettori con livelli di istruzione più bassi tendono a confermare la riforma votando “Sì”. Anche l’ampiezza dei centri abitati mostra effetti rilevanti: chi vive nelle grandi città si orienta prevalentemente verso il “No”, mentre nei piccoli centri la propensione al “Sì” risulta più diffusa.
Gigliuto evidenzia come questi fattori contribuiscano a una frammentazione interna del Paese che va oltre la tradizionale linea politica. La competizione non è soltanto tra maggioranza e opposizione, ma anche tra generazioni, territori e contesti socio-culturali differenti. Questo rende il referendum più complesso e il risultato più difficile da prevedere.
L’analisi del sondaggio conferma che la politicizzazione del dibattito ha ricompattato gli elettorati, un fenomeno già osservato in altre consultazioni referendarie. Il “Sì” resta in vantaggio, ma la partita non è chiusa: gli indecisi, il peso delle differenze generazionali e territoriali e la mobilitazione finale dei partiti saranno probabilmente i fattori chiave per determinare l’esito del voto del 22 e 23 marzo.
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In conclusione, il referendum sulla giustizia mette in luce un Paese diviso lungo più linee: non solo tra maggioranza e opposizione, ma anche per età, titolo di studio e contesto urbano. La competizione rimane serrata, con il “Sì” che prova a consolidare la leadership, mentre il “No” trova terreno fertile tra i giovani, i laureati e chi vive nelle grandi città. Una partita aperta fino all’ultimo voto, destinata a segnare il futuro del dibattito politico in Italia.
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