Furti, violenze, spaccio: otto stranieri su dieci fatti uscire dai Cpr tornano a delinquere
L’80 per cento degli stranieri con profili di pericolosità sociale usciti dai Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) per mancata convalida dell’autorità giudiziaria torna a delinquere nel giro di pochi mesi. Otto su dieci. È uno dei dati contenuti in un dossier dell’Anticrimine che fotografa una zona grigia in cui la procedura prevale sulla sicurezza. E dove, a pagare il prezzo, sono sempre le vittime dei reati e un sistema che registra l’incapacità di trasformare un provvedimento amministrativo in una reale misura di prevenzione. Tra il primo e il 31 gennaio 2025, infatti, l’80% dei 60 soggetti dimessi dai dieci Cpr attualmente attivi in Italia, negli undici mesi successivi è stato denunciato o arrestato per reati contro la persona e contro il patrimonio. Aggressioni, rapine, spaccio di stupefacenti, resistenza e violenza a pubblico ufficiale che si ripetono con una frequenza che attraversa territori e contesti diversi. In molti casi, le condotte violente si consumano in luoghi sensibili: stazioni ferroviarie, esercizi commerciali, spazi pubblici ad alta frequentazione. Non di rado con l’uso di armi, coltelli e, in alcuni episodi, anche pistole.
La mancata convalida della trattenuta che determina l’uscita dal CPR, dunque, non interrompe la pericolosità sociale. Al contrario, la riversa sul territorio, spesso senza strumenti immediati di controllo o rimpatrio. Il risultato è una catena di reati che colpisce cittadini italiani e stranieri regolari, operatori pubblici, forze dell’ordine. Ma sono i fascicoli a raccontare storie che vanno oltre il dato statistico. Come quella di un cittadino marocchino che, appena uscito dal CPR, ha rubato l’auto di un appartenente alle forze dell’ordine, ha messo a segno un furto in una farmacia in provincia di Bolzano e si è dato alla fuga violando posti di blocco predisposti da polizia e carabinieri. Pochi giorni dopo è stato arrestato alla stazione ferroviaria di Trento per aver aggredito un capotreno intervenuto a difesa di una coppia di anziani. Nei mesi successivi, lo stesso soggetto è tornato protagonista di furti, danneggiamenti alle strutture di accoglienza, minacce e porto di armi bianche. Un altro caso, finito nella cronaca nazionale, riguarda un cittadino cubano con precedenti per spaccio. Dopo l’uscita dal CPR ha occupato abusivamente un appartamento a Roma e, insieme a un cittadino italiano, ha messo in atto una serie di atti persecutori ai danni dei condomini dello stabile. La sequenza si è chiusa, almeno temporaneamente, con un arresto in flagranza per il furto di un’autovettura. E ancora.
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Nel Padovano, un cittadino tunisino dimesso dal centro è stato denunciato per aver minacciato di morte, armato, due addetti alla sicurezza di un locale che avevano tentato di allontanarlo mentre cedeva droga agli avventori. In seguito è stato nuovamente segnalato per aver esploso colpi d’arma da fuoco e minacciato un connazionale nei pressi di un supermercato, rivendicando l’area come propria piazza di spaccio. Ma questa dinamica è strutturale. La quasi totalità degli immigrati irregolari che transitano nei CPR, infatti, non viene effettivamente rimpatriata e resta sul territorio nazionale in condizione di clandestinità. Nel 2023, ad esempio, a fronte di 28.347 provvedimenti di espulsione adottati, i rimpatri eseguiti tramite i CPR sono stati appena 2.987, poco più del 10%. Altri 1.280 allontanamenti sono avvenuti attraverso canali esterni ai centri, per un totale complessivo di 4.267 rimpatri. Ne deriva che oltre 25 mila persone destinatarie di un ordine di espulsione, nel solo 2023, non sono state allontanate dal Paese e hanno riacquistato la libertà sul territorio italiano. Tra il 2014 e il 2023, circa 50 mila cittadini stranieri sono passati dai Centri di permanenza per il rimpatrio ma, in assenza di effettivo rimpatrio, l’uscita dai centri coincide nella maggior parte dei casi con il ritorno alla medesima condizione di irregolarità iniziale.
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