Garlasco, il giudice Vitelli smonta la tesi della criminologa Vagli: "Indizio? Al massimo un sospetto"
La telefonata, drammaticamente nota, che Alberto Stasi fece al 118 quando, secondo la sua versione, trovò il corpo senza vita di Chiara Poggi sulle scale in fondo alla tavernetta della villetta di via Pascoli, resta uno dei tanti nodi ancora da sciogliere nel delitto di Garlasco. Se n’è parlato anche ieri sera a “Ore 14”, il programma di attualità e approfondimento condotto dal giornalista Milo Infante, in onda su Rai 2 ogni giovedì sera. Tra gli ospiti della puntata c’era anche Stefano Vitelli, il giudice che assolse in primo grado l’ex studente bocconiano, il quale ha spiegato che “la telefonata non è un indizio” di colpevolezza ma “al massimo costituisce un sospetto”.
Il confronto tra Vagli e Vitelli sulla telefonata al 118
Secondo la criminologa Anna Vagli, ospite fisso di “Ore 14 sera”, quando Stasi allertò i soccorsi non era in stato di shock: “Di solito, quando ci sono dei comportamenti atipici, anche se non sono prova di colpevolezza, orientano la lettura di un comportamento - ha chiarito - In quella telefonata al 118 Alberto Stasi disse ‘credo che abbiano ucciso una persona, non ne sono sicuro. Forse è viva’. Dal mio punto di vista, che è quello di una profiler, quando una persona pronuncia una parola e si riferisce a una vittima cara, morta o in fin di vita, la chiama per nome o per legame affettivo. Perché il nostro cervello emotivo, che è quello che regola le emozioni, si aggancia a questo per vivere l’emergenza. Il suo linguaggio (si riferisce a Stasi ndr) è distaccato, particolarmente descrittivo e ha un tono monocorde. Nell’immediatezza del fatto, uno shock vero ti porta a cercare in qualche modo di salvare la persona che hai di fronte, mentre lui fa il passaggio opposto”. E ancora, rivolgendosi a Vitelli, l’esperta ha fatto un’osservazione: “Credo che la telefonata meritasse un approfondimento di matrice psicologica, anche se non è una prova”.
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Non è mancata la replica pacata del giudice: “Lui pensava che fosse un omicidio e anch’io lo trovo un po’ strano. - ha puntualizzato l’interlocutore - Però, pur volendo considerare anomalo il comportamento di Stasi, si tratta di un sospetto e non di un indizio”. “Noi giudici, che mettiamo in galera le persone, - ha proseguito Vitelli - abbiamo bisogno di elementi solidi, non della tonalità di voce. Abbiamo bisogno di sassi per costruire le condanne”.
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“Garlasco è un caso di ragionevole dubbio da manuale”
Nel corso del programma il giudice, incalzato dalle domande dei giornalisti presenti in studio, ha rivendicato le ragioni che lo indussero a scagionare in primo grado l’allora imputato Alberto Stasi. “Per me Garlasco era ed è un caso paradigmatico di ragionevole dubbio. - ha sottolineato Vitelli - Alla luce di una serie di verifiche è rimasta a mio avviso una situazione di obiettiva incertezza. Ragionevole dubbio non è solo l’esito di un giudizio o di un percorso, il dubbio deve alimentare la ricerca nel corso del processo, provare a verificare ogni singolo indizio, non fermarsi alla prima impressione o limitarsi alla propria intuizione”. E infine: “Rispetto gli altri nella forma e nella sostanza, ma la condanna non mi ha convinto. - ha concluso il magistrato - Penso ancora questo leggendo la sentenza di condanna, sia quella di appello bis sia quella in Cassazione”.
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