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Giorgia Meloni tra Tim ed Elon Musk. Bisignani: dentro il "risiko" dei satelliti

Luigi Bisignani
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Carodirettore, nella saga Tim ci mancava solo Starlink con un match inedito tra la premier Giorgia Meloni e l’ad Pietro Labriola. I satelliti di Musk aprono poi anche uno squarcio inquietante nelle governance delle grandi società italiane con l’ambiguo ruolo di Assogestioni, l’associazione delle società della gestione del risparmio. Su Tim assistiamo infatti a manager che fanno gli azionisti, azionisti veri che da mesi salgono sull’Aventino e governanti -con il triangolo Caputi-Urso-Butti in tensione tra loro-, cosicché i fondi speculano e il titolo in borsa va sulle montagne russe con la Consob che assiste distratta.

Come convitati di pietra gli utenti del segnale, soprattutto in quelle ampie aree d’Italia dove, per la follia industriale del dualismo tra Tim e Open Fiber, è praticamente impossibile la connessione. Il soccorso di Elon Musk, con la sua rete satellitare capace di accendere e, come si è visto in teatri di guerra, anche spegnere l’«on line» a suo piacimento è puro business. Perciò sarebbe il caso di iniziare a pensare a un protocollo rigido tra Musk e governo italiano in modo che «l’interruttore satellitare» sia saldamente in mano ai ministri degli Esteri, della Difesa e dell’Interno -Tajani, Crosetto e Piantedosi pronti a disattivarlo in momenti di tensione geopolitica. Il miliardario si espone in prima persona addirittura accusando Tim, che rimanda il biasimo al mittente, di ostacolare l’introduzione di internet veloce. Di rimando, non troppo velatamente, Musk «minaccia», se la questione non si risolve a breve, di ritirare gli investimenti che ha previsto per l’Italia, consapevole di avere un importante seguito nel Belpaese. Infatti è nota la simpatia reciproca con la premier e anche gli ammiccamenti con il vice premier Matteo Salvini. In tutto ciò Antonio Tajani, nuovo Arnaldo Forlani, indimenticabile coniglio mannaro (copyright Gianfranco Piazzesi), resta prudentemente alla finestra.

 

Il ceo di Tesla punta sul «test Italia» per in futuro poi «allargarsi» su tutta l’area mediterranea. Deve «spingere» l’offerta Starlink perché sa che deve giocare d’anticipo rispetto ai nuovi concorrenti che stanno mettendo in orbita satelliti più moderni con offerte competitive. Infatti, Amazon ha recentemente annunciato una innovativa rete mesh (cosiddetta a maglie) in orbita bassa terrestre con laser a infrarossi. Ciò permette al progetto Kuiper di Jeff Bezos di trasferire dati circa il 30% più velocemente rispetto ai cavi in fibra ottica terrestri su distanze equivalenti.

A Musk non difetta certo il pallino degli affari e ha ben ragione a voler offrire la connettività via satellite dove Tim ora ha un servizio Adsl in rame poco performante. Tim sa che i clienti che ora serve con il rame andranno via e un domani, quando arriverà la fibra, difficilmente gli stessi lasceranno il satellite per tornare da Tim. L’impatto è devastante. Chi rischia di saltare in aria è Open Fiber perché nelle aree bianche Starlink è molto più economico e affidabile e non ha bisogno di trafile burocratiche paralizzanti.

Pertanto la questione è che se Musk prenderà il mercato dal satellite arriverà anche alla telefonia fissa e al mobile e il passo successivo sarà «aggredire» il settore dell’energia, così da chiudere il cerchio della mobilità elettrica e del dominio di spostamenti, abitudini e consumi. In questo clima, Tim va alla sua assemblea con i soci francesi ancora indecisi sul da farsi anche se favorevolmente impressionati dal programma enunciato da Umberto Paolucci a capo della cordata Merlyn, seppur ancora orientati a far saltare il numero legale con la convinzione che l’Europa si metterà probabilmente di traverso sul progetto caro al governo tra Tim e Kkr e sul quale Assogestioni ha giocato la solita anomala partita sposando la lista del cda. Del resto non sono ancora spenti gli echi della figuraccia targata Massimo Menchini, gran cerimoniere in bretelle e papillon, delle campagne assembleari di Assogestioni, che un anno fa riuscì per la prima volta nella storia del gruppo Leonardo, con i suoi volteggi e frequentazioni nel cosiddetto mondo del deep state italiano, a portare alla sconfitta della lista di Assogestioni in assemblea dell’ex Finmeccanica, ottenendo di non avere nemmeno un candidato eletto nel cda.

Questa volta nella prossima assemblea di Tim in maniera sempre più «attivista» e accomodante rispetto ai palazzi romani, anziché rispettare i principi istituzionali di indipendenza, si appresta a passare da 5 rappresentanti in cda dell’attuale consiglio alla possibile totale esclusione dei propri candidati nella cabina di regia di Corso d’Italia. Spalleggiato da Emilio Franco, amministratore delegato di Mediobanca Sgr, coordinatore del comitato dei gestori di Assogestioni, in frequente conflitto di interesse visto il ruolo di advisor che il gruppo milanese guidato da Alberto Nagel spesso svolge nelle quotate oggetto di voto in assemblea, come proprio avviene in Tim. Menchini sta quindi per realizzare un’altra incredibile débâcle a danno delle minoranze e del mercato. E ciò con grande imbarazzo di un galantuomo come Carlo Trabattoni (presidente dell’associazione italiana del risparmio gestito) e del principale stakeholder di Assogestioni, Intesa Sanpaolo, che già da tempo si interroga sull’opportunità di continuare ad appartenere all’associazione stessa.

Di sicuro nell’associazione ci saranno motivi di riflessione e di dibattito dopo l’assemblea di Tim, sarebbe la prima volta che tutti i nomi dei fondi verrebbero bocciati. Ma tutto questo è possibile, come dicevamo in apertura, in quanto le governance anziché dagli azionisti vengono decise dai manager. E anche perché nel caso delle partecipate pubbliche lo Stato è ormai sempre più assente. Tra Musk e Tim, chi sceglierà Giorgia Meloni?

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