Chi può si reca nei centri di raccolta e aiuta a imballare vestiti, cibo e medicine da inviare in Ucraina. Altri caricano gli scatoloni sui furgoni. Qualcuno, invece, decide di tornare in patria per combattere contro i russi. Ma c'è anche chi ospita a casa i connazionali in fuga dai bombardamenti. La comunità ucraina di Roma è mobilitata sin dai primi giorni del conflitto. L'avanzata dell'esercito russo ha gettato nel panico anche chi si trova da anni fuori dal Paese. In Ucraina vivono amici e parenti con cui, in alcuni casi, è complicato anche mantenere i contatti. E allora si cerca di fare il possibile da chilometri di distanza e con la paura nel cuore. Nella Basilica di Santa Sofia, a Boccea, è un via vai di auto che portano beni di prima necessità da inviare in Ucraina. Un grande parcheggio è stato diviso in settori per gestire il transito dei mezzi. Mentre il sagrato della chiesa si è trasformato in centro di imballaggio all'aperto. Persino alcuni ambienti della struttura sono stati adibiti allo stoccaggio del materiale. Una catena umana raccoglie ciò che viene consegnato, dividendolo per categorie. Poi c'è chi si occupa di riempire e chiudere i pacchi che vengono caricati su camion e furgoni.
Una crisi senza fine: la guerra mette in ginocchio l'economia italiana. Mario Draghi ha pauraIl sagrato della chiesa brulica di persone e mezzi tutto il giorno, tutti i giorni, dall'inizio della guerra. Montagne di scatole e buste invadono ogni angolo. E decine di volontari, sia ucraini che italiani, si recano sul posto per dare una mano. «Fino ad oggi abbiamo caricato 12 camion. Di questi, 10 sono già in viaggio e due in attesa che si concludano le procedure burocratiche - racconta a Il Tempo padre Marco Semehen, rettore della Chiesa e referente dell'organizzazione degli aiuti umanitari - oggi speriamo di poter caricare altri 6/8 camion, perché c'è tanta roba da mandare. Poi abbiamo tre furgoni con le medicine che speriamo di far arrivare a Kiev o almeno nei pressi, attraverso la Croce rossa e altre realtà che hanno la possibilità di entrare e arrivare negli ospedali della capitale dove hanno tanto bisogno». Padre Marco ha il volto stremato e il suo telefono squilla in continuazione. «La scorsa notte è stata tormentata per il bombardamento della centrale nucleare. Siamo tutti molto turbati», aggiunge. La Basilica si è trasformata in un centro di raccolta di beni essenziali, ma anche un punto dove incontrare connazionali e scambiare informazioni che arrivano dal Paese in guerra. I volti degli ucraini sono tesi. Qualcuno piange, altri si abbracciano. Riuscire a parlare con amici e parenti è l'unica consolazione rispetto alle notizie orribili che arrivano dal Paese. «Mio padre non può lasciare l'Ucraina - racconta a Il Tempo Irina - ha 58 anni e quindi è ancora in età per essere arruolato. Sono molto preoccupata per lui e temo per la sua vita perché vive a Kiev».
Morti per colpa vostra. Sulla “no fly zone” Volodymyr Zelensky non si tiene contro la NatoViktoria, invece, è in pena per il nipote che dalla Polonia è rientrato nel suo Paese per combattere i russi: «Ha deciso di andare a difendere l'Ucraina spiega tra le lacrime, ma con una punta di orgoglio - quella è la nostra terra, la nostra libertà e non possiamo accettare che un pazzo devasti tutto». Poi mostra lo schermo del suo cellulare con la foto del presidente Zelensky: «Lui è il nostro eroe», dice sorridendo. E gli eroi, spiega Alexander, un giovane muscoloso di 28 anni, sono anche quelli che dall'Italia sono ritornati per arruolarsi e combattere. Lui non tornerà in Ucraina, ammette, perché «mia moglie non vuole, ha paura». Ma sostiene che siano molti i connazionali partiti in questi giorni: «Domenica sono partiti due pullman da Roma carichi di uomini diretti a Kiev». E altri ne partiranno. Ma nessuno osa aggiungere altro. Nessun dettaglio o nome dei combattenti. Dopo la pubblicazione su Facebook di un annuncio per reclutare volontari da parte del consolato ucraino di Milano, è scoppiata la polemica e si sono diffuse voci su possibili conseguenze giuridiche per chi va a combattere in un Paese straniero. Il codice penale italiano punisce «chiunque nel territorio dello Stato e senza approvazione del Governo arruola o arma cittadini, perché militino al servizio o a favore dello straniero». Il post del consolato è stato rimosso e da quel momento anche gli ucraini residenti in Italia temono per possibili ripercussioni giuridiche al rientro. Per questo motivo, chiunque venga interpellato nega di conoscere connazionali partiti per il fronte. Ma dall'Italia e dall'Europa sarebbero partiti migliaia di ucraini: «Ottantamila in tutto», dice Alexander.
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