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Stato-mafia, tutti assolti. Via il fango resta l'onore

Mori, Subranni, Dell'Utri e De Donno "non hanno commesso reato"

Angela Bruni
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Verdetto ribaltato. La Corte d’assise d’appello di Palermo, dopo tre giorni di camera di consiglio, nell’aula bunker del Pagliarelli, ha assolto il senatore Marcello Dell’Utri, «per non avere commesso il fatto», e gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, «perché il fatto non costituisce reato». Pena leggermente ridotta a 27 anni al boss Leoluca Bagarella; confermati i 12 anni al medico mafioso Antonino Cinà, fedelissimo di Bernardo Provenzano. Rispondevano del reato di minaccia a un corpo politico. La trattativa, ma intesa come dialogo per fare cessare la stagione delle bombe e degli attentati, senza alcuna concessione da parte dello Stato, non fu reato. «Sono soddisfatto e commosso. È un peso che ci togliamo. Il sistema giudiziario funziona», è il commento di Dell’Utri, affidato al suo avvocato Francesco Centonze, per il quale il suo assistito «è stato dichiarato estraneo a questa imputazione, dopo 25 anni di processi, in relazione al periodo successivo al ’94. Dell’Utri evidentemente non è stato il trait d’union tra la mafia e la politica. Questa vicenda dimostra che nella magistratura ci sono gli anticorpi necessari».

 

«Felici perché finalmente la verità viene a galla», è stata la prima reazione del generale del Ros Mario Mori e dell’ex capitano Giuseppe De Donno, manifestata attraverso i legali: «La sentenza conferma che la trattativa è una bufala, un’invenzione, un falso storico», per l’avvocato Basilio Milio. Politici e carabinieri assolti, quindi, e mafiosi condannati.

 

Per i giudici d’appello, dunque, la trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia, almeno quella descritta dall’accusa - quale manovra che agevolò il ricatto di Cosa nostra allo Stato - non ci sarebbe stata, se non intesa come dialogo per fermare le stragi e finalizzato - come quello avviato con Vito Ciancimino - a successi investigativi quali la cattura di Totò Riina, senza alcuna concessione, per cui «non costituisce reato». La minaccia della mafia c’è stata, ma non è stata veicolata alle istituzioni le quali non avrebbero ceduto. Una tesi, quella del patto tra esponenti della politica, carabinieri e mafiosi che avrebbe, secondo l’accusa, accelerato anche la strage di via D’Amelio, ma che era già stata messa fortemente in discussione dalla sentenza della Cassazione che aveva confermato l’11 dicembre 2020 l’assoluzione dell’ex ministro Dc Calogero Mannino, e dunque la decisione della Corte d’appello di Palermo, del 22 luglio 2019, che aveva ritenuto «indimostrato che Mannino abbia operato pressioni per la revoca del regime del carcere duro, secondo la tesi accusatoria che lo vuole come input, garante, e veicolatore alle autorità statali della minaccia contenuta nella trattativa».

 

Cadono anche le accuse relative al ruolo di Marcello Dell’Utri «quale intermediario - avevano sostenuto i giudici di primo grado - delle minacce di Cosa nostra a Silvio Berlusconi», nell’ambito di «promesse o quantomeno della disponibilità manifestata da Dell’Utri per soddisfare le esigenze di Cosa nostra», e curando, ha poi detto il Pg, «la tessitura dei rapporti tra Cosa nostra e ’ndrangheta con il potere politico». Il processo di secondo grado si è aperto il 29 aprile 2019. L’accusa, rappresentata dai sostituti pg Sergio Barbiera e Giuseppe Fici, alla fine della requisitoria del 7 giugno scorso aveva chiesto la conferma della condanne di primo grado: 28 anni per il boss Leoluca Bagarella, 12 anni per l’ex senatore Marcello Dell’Utri, gli ex carabinieri del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, nonchè Antonino Cinà, medico e fedelissimo di Totò Riina. Era stata chiesta anche la condanna a 8 anni per l’ex capitano dei carabinieri De Donno. Massimo Ciancimino, accusato di calunnia, era stato già stralciato e prescritto. La sentenza pronunciata nell’aula bunker del carcere Pagliarelli, dalla Corte presieduta da da Angelo Pellino e Vittorio Anania giudice a latere, ha anche revocato le statuizioni civili nei riguardi di De Donno, Mori, Subranni e Dell’Utri e rideterminato in 5 milioni di euro l’importo complessivo del risarcimento dovuto alla Presidenza del Consiglio dei ministri.

Confermata la prescrizione per Giovanni Brusca; e condannati i mafiosi Bagarella e Cinà alla rifusione delle ulteriori spese processuali in favore delle parti civili: Presidenza del Consiglio dei ministri, presidenza della Regione siciliana, Comune di Palermo, associazione tra familiari contro le mafie, Centro Pio La Torre.

Si riscrive per l’ennesima volta una pagina della storia della Repubblica.

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