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Mafia del Litorale, piovono condanne sul clan Fragalà

Andrea Ossino
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Il primo capitolo del processo alla mafia sgominata dai carabinieri a Torvaianica, Pomezia e Ardea è terminato. Il giudice romano Claudio Carini ha condannato in abbreviato 6 persone coinvolte nell’indagine che nel giugno 2019 ha assestato un duro colpo a un pezzo di mafia siciliana ormai radicata nel Lazio.

Vincenzo D’Angelo deve scontare 14 anni di carcere, Emidio Coppola 10, Renato Islami 8,4, Francesco Loria 7,4, Enrik Memaj e Manolo Mazzoni 7. Sono finiti a processo al termine dell’indagine sul clan Fragalà, un’associazione mafiosa che avrebbe commesso numerosi delitti:  estorsione aggravata, detenzione e porto di armi esplosivi, traffico di stupefacenti. Il tutto raccordandosi con la mafia catanese.

Il grosso del processo è in corso a Velletri e riguarda anche i capi famiglia. Persone che, leggendo gli atti, avrebbero agito secondo un "codice della vita” dove un’ “infangata” basta “ad ammazzare una razza”, a sporcare il nome di una famiglia “onesta”.

“Quando mi sento tradito da qualcuno, che potrebbe anche essere mio padre o mio figlio, io gli sparo. Dice 'che ammazzeresti tuo figlio?', si, si, perché no? Se mio figlio cammina con me e facciamo il reato insieme e mi tradisce, io lo ammazzo”, recitano le intercettazioni che narrano di giuramenti fatti col sangue e di riti celebrati con un fazzoletto di seta annodato e l'immagine di San Michele Arcangelo: “Se prima lo conoscevo come giovane onorato, da oggi lo conosco come picciotto e mafioso, giura di dividere centesimo per millesimo”, recita un passaggio. Una sceneggiatura criminale, quella riportata negli atti del processo di Velletri, che racconta come la mafia presente tra Ardea, Torvaianica, Pomezia e sul litorale Sud della provincia di Roma avesse solide radici.  Un’organizzazione sgominata dagli uomini del Ros dei carabinieri coordinati dal colonnello Giovanni Sozzo.

Un’informativa, quella stilata dai militari dell’Arma, con cui è stata scritta un pezzo di storia mafiosa di un’Italia dove le famiglie siciliane nell’orbita dei Santapaola si sono associate anche ai Casalesi, trovando una sintesi nell’affiliazione che legava i “sette cavalieri di mafia” del clan Fragalà. Per gli inquirenti avrebbero creato un tavolo permanente dove erano presenti anche i  Fasciani, i Senese ed esponenti della 'ndrangheta. Un fatto inedito nella storia criminale: mirava a mantenere la fruttuosa pax facendola sopravvivere a scaramucce dove non sarebbero mancati sequestri di persona e candelotti di dinamite pronti a esplodere. “Tra persone onorate (…) gli equilibri non si rompono”, dicevano. Gli accordi servono, perché “con la pace c'è il benessere, con la guerra solo carcere e povertà”. Lo sa bene Alessandro Fragalà, cresciuto “con la pistola sopra la gamba” e con lo zio  “‘Nzino” a San Cristoforo, a Catania, dove “fai la scuola per davvero”, dicevano. Come garante di c’era Francesco D’Agati, “un pezzo grosso…u zio Ciccio…reggente di Palermo, dei mafiosi è lui qua…è quello, oggi, che rappresenta la mafia qua Roma”. Custode dei “bei tempi”, quando “non si moveva neanche una foglia senza il nostro volere”, l'83enne spiegava così il suo ruolo: “Sono una persona anziana che è stata chiamata per stabilire torto e ragioni, sono il custode di tutti. Sono arrivato io prima che si commettesse qualche errore per non farlo commettere”.

Tutte accuse che devono ancora essere provate nel processo principale, ma che intanto trovano una parziale conferma nelle prime sentenze emesse dal Tribunale di Roma.

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