Laziali in piazza per protestare, cresce l'attesa per la manifestazione
Domani pomeriggio alle 17.30 si parte da Ponte Milvio per arrivare fino allo stadio Flaminio I gruppi organizzati hanno invitato a parlare il nostro Bisignani. Poi l'11 luglio «Stati Generali»
Onorevole Senatore Lotito, vorrei subito aprire una pagina di Storia... No, aspetti a chiudere il giornale. Non è quella «c...di storia» che intende Lei, che non ha mai avuto il tempo di leggere in 22 anni di gestione, e che del resto non avrebbe compreso, avendo la gloriosa Polisportiva Lazio sempre avuto, dalla sua lontana origine, valori completamente discordanti dai Suoi. E’ una Storia più ampia, è la Storia del calcio internazionale. E leggo da una sintesi giornalistica che ho ritrovato: "Lo sport ha un'unicità tale da far distinguere le società affiliate da tutte le altre. Le squadre, al di là di chi le gestisce, sono patrimonio dei propri tifosi, che ne portano avanti la bandiera e ne tramandano la Storia. Liberalizzare la circolazione degli stranieri significa quindi impoverire i vivai e le nazionali, facendo venir meno l'interesse e la passione di chi, col proprio entusiasmo e impegno economico, tiene in piedi l'intero movimento". Contestualizzo subito. Siamo nel 1995, l’anno di una rivoluzione epocale del calcio (e di tutti gli sport di squadra) dal punto di vista socio-economico.
Il 15 dicembre di ormai trenta e passa anni fa, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea pronunciò la cosiddetta «sentenza Bosman», sancendo la non compatibilità con il diritto comunitario di due norme del mercato allora in vigore: cancellato dunque l'obbligo di versare un'indennità di trasferimento del giocatore anche dopo la scadenza del contratto, ed eliminate le restrizioni numeriche di giocatori comunitari schierabili. Nacque così il cosiddetto «parametro zero» e le società furono libere di ingaggiare tutti i giocatori comunitari che volevano. Sentenza di portata tale da far esclamare enfaticamente all'allora presidente dell'Uefa, lo svedese Lennart Johansson: «Oggi il calcio è morto».
Quel virgolettato che ho riportato dai quotidiani di allora è una sintesi delle decine di pagine di appassionata difesa che i vertici del calcio europeo portarono davanti alla Corte per sottolineare la peculiarità di una società sportiva rispetto a qualsiasi altra azienda al mondo, magari una delle Sue, di servizi e pulizia. E’ un passaggio cruciale, una sorta di Vangelo dello sport: le squadre sono patrimonio dei propri tifosi, non di chi momentaneamente le gestisce. Vede, Senatore. Se ho accettato di rivolgere a Lei pubblicamente questa riflessione è soltanto perché «Il Tempo» è la mia casa giornalistica: qui sono nato, qui mi hanno cresciuto con un rigore pari solo all’affetto con cui sono stato accolto. Qui, finalmente e adesso, è in corso un dibattito serio e non può immaginare quanto io, da buon ex, ne sia fiero. Per questo aggiungo un passo di una intervista che feci per «Il Tempo» all’allora presidente della Figc Antonio Matarrese nel 1988, che titolammo «Duemila & Calcio» (si parlava di società di calcio da trasformare in Spa): «Nel calcio il ritorno continuerà a essere solo di immagine.
L'utile, insomma, dovrà essere reinvestito immediatamente: i tifosi non accetterebbero mai un presidente che chiuda in attivo i bilanci ma faccia precipitare la squadra dalla A alla B. Il vantaggio della riforma è che chi gestisce deve darne conto agli azionisti e ai tifosi». Ecco questa è la cornice del calcio nella sua essenza, che Lei lo accetti o meno. E’ inscalfibile come tutte le affermazioni sacrosante. Lei non può essere Padrone di un’Idea, di una Fede, di una Bandiera, lasciarle in eredità come una villa con piscina. Gestendo la Lazio, ha avuto un incredibile ritorno economico e di immagine, che L’ha portata fino allo scranno senatoriale. Per i suoi fini personali è però passato come un caterpillar sui sentimenti dei tifosi laziali, li ha vilipesi, riempiti di grossolani sproloqui, compresa l’ultima, imbarazzante conferenza sul Flaminio, insultati e delusi. Se si potesse andare alle urne, il suo seggio laziale sarebbe stato, e non da ora, travolto da un plebiscito. Io sono con loro in questa disciplinata ma inesorabile rivoluzione.
Non ho proposte di tregue o transazioni da sottoporLe: mi sentirei un traditore solo ad accennarvi. La strada del resto è finalmente tracciata. Lei e i Suoi residui cortigiani, affannati a scarabocchiare ieri Cragnotti e oggi Sarri, a raccontarci mirabilie del prossimo Gattuso, di prospetti fortissimi e solo momentaneamente anonimi, e sì, anche di un dodicesimo posto in classifica come prestigioso traguardo stagionale, apparite ampiamente fuori contesto. Comunque vada, siete già un paragrafo dilatato e stucchevole di quella Storia che disconoscete ogni giorno.
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