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L'intervista a Cassano: "La Roma si fidi di Totti. Gasp? Via la vecchia guardia"

Lorenzo Pes
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«Fatemi parlare di calcio». La nuova vita di Antonio Cassano tra vecchi amici e le solite abitudini: naturalezza, estro ed esuberanza. L’ultima sfida è quella di conquistare i teatri con Lele Adani e Nicola Ventola che lunedì 23 febbraio faranno tappa a Roma, all’Auditorium Conciliazione, con «Viva El Futbol» (biglietti ancora disponibili su Ticketone). Una serata dedicata al calcio e agli spettatori che saranno parte integrante dello spettacolo tra ricordi e domande. Tra gli ospiti anche il conduttore Paolo Bonolis, pronto a mettersi in gioco con tutta la sua passione per il calcio. Passione che Fantantonio non ha mai perso, anche se tanto è cambiato rispetto ai tempi della coppia con il «Pupo» Francesco Totti, come piace chiamarlo a lui.
In campo era un’artista, ora si sente pronto a inventare anche sul palco?
«Noi siamo nati pronti. Con Lele e Nicola ci divertiamo a parlare di calcio insieme e io posso farlo solo con loro, perché mi sento libero. Dal momento in cui a loro non andrà più io smetterò. Starò con la mia famiglia, non ho problemi. Se devo parlare di calcio mi piace farlo con persone come me».
In questi anni ha mai pensato di tornare a lavorare nel mondo del calcio?
«Io sono diventato direttore sportivo qualche anno fa, ma nessuno mi ha cercato, e va bene così. Chi mi conosce sa come sono fatto e se mi avessero voluto avrei portato la mia esperienza ma devo fare le cose a modo mio. Sinceramente il calcio ha preso una direzione che non mi piace».
Cosa è cambiato?
«Manca l’emozione, fai gol e devi aspettare cinque minuti che il Var ti dice se puoi esultare o meno. Gente che perde tempo in continuazione, si butta a terra. Io in campo mi divertivo, si cercava sempre la giocata, adesso la qualità è scomparsa».
A proposito di simulazioni, cosa ne pensa del caso Bastoni?
«Io sono pro Bastoni, tutta la vita. Ho sentito troppa morale da chiunque, e qui mi fermo».
L’Inter ha già vinto lo scudetto?
«Sì, ma da cinque anni. Inzaghi ha vinto un solo campionato con questa squadra ma nessuno lo dice. Adesso è arrivato un allenatore che sembra che faccia questo mestiere da trent’anni. È la squadra più forte e Chivu ha dato motivazioni ma, soprattutto, idee. Ora vincono e giocano molto bene».
E la Roma di Gasperini?
«Negli ultimi dieci anni nessuno mi ha fatto divertire come Gasp tra Genoa e Atalanta, ma per ora a parte il pressing a tutto campo vedo poco di suo nella Roma».
Cosa manca ancora?
«Servono giocatori. Faccio un esempio: gli esterni che aveva all’Atalanta andavano a fare gol mentre alla Roma c’è solo Wesley. Anche gli attaccanti, a parte Malen che farà bene e qualche lampo di Soulé, c’è troppo poco. A Bergamo metteva tre attaccanti titolari poi li cambiava con altri dello stesso livello. Bisogna inserire almeno cinque-sei giocatori e mandare via gente come Mancini, Cristante, Pellegrini e Dybala, che ormai non danno più nulla. Gasperini ha bisogno di tempo e di fare un po’ di pulizia».
A proposito di Roma, sembra ormai imminente il ritorno di Totti in società. L’ha sentito in questi giorni?
«Con Francesco ci sentiamo spesso. Io penso che sia il momento giusto per il suo ritorno. Da trent’anni se vai in giro per il mondo la Roma è Totti. Ma deve avere un ruolo operativo, non andare a fare la sagoma in giro. Dovrebbe essere quello che Maldini è stato per il Milan. Un uomo di rappresentanza a trecentosessanta gradi che possa confrontarsi anche con il ds per il mercato, non stare solo seduto in tribuna. Dipende solo dalla proprietà ma se i Friedkin gli proponessero un ruolo operativo, Francesco accetterebbe ieri, neanche oggi». 
L’Italia andrà ai Mondiali?
«Sono convinto di sì. Gattuso ha portato un’aria nuova e sono sicuro che ce la farà. Abbiamo solo un campione, Donnarumma, siamo scarsi. Servirebbe una rifondazione del sistema calcio ma non interessa a nessuno. Per me dovrebbero nominare Maldini come presidente della Federazione, servono persone competenti».
E se proponessero a lei un ruolo in Nazionale?
«Sì, quella cantanti però».
 

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