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Checco Zalone libera l'Italia dal politically correct

Marco Zonetti
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La Normale di Pisa ha recentemente diffuso una guida all’uso del linguaggio esteso, onde rifiutare ogni discriminazione e «promuovere, all’interno della propria comunità e all’esterno, tutte le azioni, le iniziative e le buone pratiche che contribuiscono a valorizzare la diversità individuale e culturale e a favorire un ambiente aperto, equo e accogliente». Fra i vari esempi di parole che l’ateneo sconsiglia di utilizzare si trova anche il termine «straniero», del quale si suggerisce il sostituto «internazionale». Per fare un esempio pratico, è giudicato inopportuno dire «studente straniero» preferendo la formula «studente internazionale», che tuttavia non è un sinonimo. Sempre alla Normale non è consigliata la dizione «africano» bensì l’astrusità «afrodiscendente», né il termine «immigrato» che va rimpiazzato con «di background migratorio» e altre amenità. Questa premessa per ricollegarci alla disamina di Luigi Bisignani sul fenomeno Checco Zalone che sta battendo ogni record al box office con il suo film Buen Camino, uscito nelle feste natalizie. Bisignani sottolinea come Zalone faccia ridere senza chiedere permesso, gesto sovversivo in un periodo storico soffocato dal giudizio e in cui il cinema italiano, certi talk show e certi quotidiani pretendono di dare lezioni di vita e di storia. Un periodo in cui, aggiungiamo noi, non si può più dire nulla, né ridere di alcunché, per paura che si svegli qualche sottocategoria d’individui a gridare all’offesa mortale per una qualche parola di uso comune finita nottetempo all’indice in quanto discriminatoria per chicchessia. Il modello imperante è insomma quello delle serie Netflix, dove persino Alessandro Magno diventa nero e dove spopolano i personaggi LGBTQ+, sempre ritratti in maniera positiva pena la dannazione eterna.

Una deriva partita dal lontano 1992 quando Basic Instinct e Il silenzio degli Innocenti suscitarono proteste perché ritraevano come assassini una bisessuale e un travestito. Non sia mai. Checco Zalone – al secolo Luca Pasquale Medici – riesce invece a irridere l’italiano tout court, di destra, centro o sinistra, scherzando sui temi tabù, fra cui omosessualità ed etnia, campi minati in cui nessuno più ha il coraggio di avventurarsi. Ecumenico nel suo approccio politicamente scorretto, finisce per piacere anche ai giovanissimi che magari non comprendono in tutto e per tutto il sottotesto di satira sociale presente nelle sue battute, ma che vengono conquistati dall’immediatezza delle sue boutade prive d’intenti didascalici. Zalone non si pone su un piedistallo pretendendo d’insegnare agli spettatori cos’è buono e giusto, e tuttavia, paradossalmente, i suoi contenuti giudicati beceri da certi critici snob finiscono per trasmettere dei valori. Lo fa notare, in una bella recensione di Buen Camino su Famiglia Cristiana, don Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello spettacolo della Cei e direttore della Rivista del Cinematografo. «In un tempo in cui la dimensione spirituale nello spazio pubblico è ridotta all’esotico o a una generica ricerca personale», scrive don Milani, «il film sceglie di parlarne in modo piano, concreto, accessibile, con riferimenti diretti all’esperienza cristiana». Buen Camino racconta di una giovane che induce il padre, un ricco imprenditore fatuo e superficiale, a intraprendere il cammino di Santiago spogliandosi via via di sovrastrutture e orpelli e diventando così un uomo e un padre migliore. Il vituperato film di Zalone, peggiore di qualunque cinepanettone secondo qualche critico, è invece una metafora della vita: «Camminare significa accettare la fatica, ascoltare la propria interiorità, mettere da parte la volontà di vivere in modo egoistico e utilitaristico, la convinzione di poter comprare tutto, per lasciarsi invece trasformare da questa avventura e dalla capacità di amare». Non proprio la pellicola di grana grossa che certa Sinistra ha bollato, insomma. Il tutto riuscendo a riportare nelle sale frotte di persone, permettendo così al cinema italiano di rifiatare, e giovando così anche a certi registi osannati dalla critica ma forti di scarsi se non scarsissimi successi al botteghino. Molto spesso, ed è questo il vero dramma, sovvenzionati dallo Stato.
 

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