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L'angelus domenicale, tradizione da recuperare

Gianluca Dodero
Gianluca Dodero

Finalmente! E' da tanto tempo che scrivo di Roma, su Roma, in maniera disomogenea, frammentaria e istintiva. Sin da bambino nutro nei suoi confronti una passione divorante, un amore che va oltre il parentale. Da bambino piangevo ogni qualvolta ne vedevo i monumenti, poi ho iniziato a percorrerla a piedi. Chilometri su chilometri su chilometri e sono solo all'inizio. Perchè Roma è un cammino.

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Il Papa, primo pastore della Chiesa Universale di Gesù il Cristo, nonché vescovo di Roma, affacciandosi dal balcone per l'Angelus domenicale, tradizionalmente saluta la folla festante e proveniente da tutto il mondo. Purtroppo Francesco si trova a fare i conti con una partecipazione globale molto ridotta (ricordo le domeniche da bambino molta più gente, mentre oggi la piazza è di media abbondantemente vuota), ma soprattutto con la quasi totale assenza dei romani. Non voglio entrare nel merito del discorso della fede, che rimane l'atto più alto di libertà personale e privata, ma vorrei soffermarmi sull'aspetto tradizionale e culturale relativo al rapporto simbolico tra il soglio petrino e popolo romano. Quando posso, e abito da tutt'altra parte di Roma, considero come naturale partecipare all'Angelus. Un gesto così naturale e semplice ad oggi forse viene letto come antiquato, privo di significato, antistorico. Io penso l'esatto contrario: molti dei problemi di Roma nascono dal fatto che i Romani non la vivono più. Io mi ribello a questo esito abominevole e continuo a tenere uno stile di vita attualmente rivoluzionario: vivere Roma “romanamente”. In questa società egotica e totalmente male appagata dal futile, preferisco vivere “in trincea” badando all'essenziale e inseguendo il “sensus”, la piena unità e non l'astrazione. Siamo tutti devoti a noi stessi e all'immagine edulcorata di noi che sacrifichiamo sull'altare del coraggio, quindi mi sembra opportuno condividere una sincera devozione verso qualcun altro, o meglio qualcosa di altro. Condividere e non esibire. Non si esibisce, infatti, un moto spirituale. Recandomi all'angelus voglio condividere una devozione culturale e spirituale verso un vecchietto ammantato di bianco che da secoli si affaccia da una finestra in piazza San Pietro e saluta i romani: "Buon pranzo e arrivederci". Semplice, essenziale. Tutto il resto lo lasciamo alle platee di anime periferiche sconnesse dal centro delle cose. Ogni volta che ci vado, sogno un duetto con Papa Francesco, iniziando il motivetto di Gaetanaccio, nostra celebre commedia: “Scusate la domanda Santità, ve vojo pone solo sto quesito, co' tanti posti che ce stanno ar monno... voi proprio a Roma dovevate sta??!!”. Finché un giorno vecchio e stanco torna a casa il prete bianco, e con grazia da sovrano dice ar popolo romano: "Ho girato e ho visto tutto, nun me piace er monno è brutto, preferisco Roma mia, qui arimano e così sia…". Amen

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