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tra percezione e realtà

Roma e la radicale svolta culturale necessaria

Roma e la radicale svolta culturale necessaria

Era ora, agosto. Finalmente posso sperdermi, nella solitudine e senza una meta, per i vicoli di una Roma deserta. Ossigeno puro, respirano i polmoni. Respira l’anima, e gli occhi focalizzano dettagli invisibili in mezzo al turbinio quotidiano. Eppure così palesi.

Rientra tutto nel perverso rapporto tra percezione e realtà. Abbiamo la costante percezione che Roma sia una città al collasso. Sicuramente ci sono delle evidenze, ma la mia domanda è: quando mai non ci sono state queste evidenze?

E’ un problema culturale, e non è un discorso ozioso, ma basato sulla semplice conoscenza della nostra storia e - mi si consenta- della nostra essenza. Per tornare al passato recente, qualora non vi fosse mai capitato di leggere le cronache di Silvio Negro, e quelle da lui riportate di Gregorovius, si narrano sempre le stesse cose.

La totale trascuratezza della città, annessa la sporcizia, l’enorme quantità di mendicanti, la violenza imperante nelle strade. E parliamo di due, tre, quattro, cinque secoli fa’. Senza dover tornare millenni addietro, ma si potrebbe fare tranquillamente. Al tempo la trascuratezza si traduceva in esperienza quasi mistica, con una natura rigogliosa e una città che oggi ci sembrerebbe irriconoscibile, oggi per ovvie ragioni non possiamo godere dell’aspetto positivo sopracitato.

Roma è la città del cattolicesimo, quindi ha una connaturata propensione all’accoglienza degli ultimi, e vi assicuro che avendo appena viaggiato negli States è un orgoglio poter dire che la nostra concezione di rispetto della vita umana - compresa a maggior ragione quella degli ultimi - può ancora oggi essere esibita come lezione di civiltà a livello mondiale. La condizione degli ultimi in quel mondo sconfinato e così surreale che stenteresti a definirli esseri umani.

Passiamo alla violenza, basta leggere le parole di Padre Antonio Bresciani, e parliamo di secoli fa’:

“Che il popolo romano sia di sua natura risentito e subito all'ira, io noi vi vo' contendere, poiché gli corre tuttavia nelle vene il sangue latino, e con esso quell'altro vigore di spiriti alteri e generosi, che sempre non sa temperare, e talora lo spronano alla vendetta; ma s'egli pecca per impeto, non pecca mai di tradimento e di viltá, e ripara poi grandemente il suo fallo coll'agevolezza e magnanimità del perdono".

Nella negatività del problema, possiamo godere perlomeno della parte positiva della nostra umanità. Parola di prete. Quanti potrebbero dire lo stesso? Tutto questo per ribadire quanto sopra scritto, che gli strumenti tecnologici amplificano a dismisura la percezione dei problemi, ma la nostra storia è sempre un continuum immutato e immutabile.

Aggiungendo un tassello al ragionamento, la forza di Roma non è mai stata l’efficienza. Tutt’altro. Qualcuno potrebbe dire: ma scusa, l’impero Romano non è diventato quel che è proprio grazie all’efficienza della sua organizzazione militare, civile, politica, religiosa? Non ho mai scritto che Roma non è mai stata efficiente, ma che l’efficienza fine a se stessa non è mai stata la sua forza. L’efficienza è stata la conseguenza del forte volere - scaturito dagli uomini, dal caso, dal cielo, ognuno ha la sua idea, io credo sia evidente da una forza sovraumana – di imporre la civiltà, o il massimo grado conosciuto alla maggior parte del mondo abitato. Scevrando l’elemento sostanziale del ragionamento dalla propensione imperialistica, di offrire senso all’umanità.

Roma è stata creata per offrire senso agli uomini, un senso più alto. Genericamente, non per funzionare, non per affari minori. Ha assolto a questa missione costantemente e in maniera incredibile per secoli, e noi suoi figli stiamo qui a questionare sulle buche, sulla monnezza, sugli aspetti che definirei “di colore”.

La domanda quindi è: Roma sta assolvendo oggi alla sua missione di offrire senso all’umanità? Io credo che lo faccia sempre, ma di sicuro lo sta facendo a bassa intensità. E la colpa è solo dei suoi figli, di chi la abita e dice di amarla.

Come può rilanciarsi Roma? Con una radicale svolta culturale, una presa di coscienza seria dell’onere e dell’onore – da parte dei Romani- di abitare qui. Con l’impegno concreto di iniziare a conoscerla e a difenderla nei fatti. E con una nuova visione meta politica che deve essere accolta dalle forze politiche più sensibili alla difesa dell’identità romana, che poi è la base di quella italiane ed europea. Questo d’altronde, è l’intento che muove il progetto Romanima, oltre che il mio percorso personale, da sempre.

Se il punto centrale di Roma è offrire ancora senso all’umanità e trovare il terreno nel quale distinguersi nel Terzo Millennio, come fatto in quelli precedenti (noi, non altri, noi), questo terreno è quello della tutela di ogni forma di umanità contro le distorsioni tecnicistiche, cause ed effetti del fenomeno della globalizzazione. Roma può essere argine e baluardo. Non è un chiamarsi fuori dalle questioni dirimenti, presenti e future, ma il suo compito è semplicemente di garantirlo questo futuro. In questo la sua missione è identica a quella della Chiesa Cattolica, e non è un caso, d’altronde, che questa relazione sia connaturale.

E’ a rischio il concetto di soggettività occidentale, che nasce dall’alleanza tra Cristianesimo e ragione, ma è a rischio anche la tenuta sociale globale. Il cinismo peggiore della globalizzazione che produce disuguaglianze incolmabili ha soffocato la pietà, ha distrutto l’identità.

Sbaglia chi vede in questo punto di vista, una semplice nostalgia per il passato. E’ una battaglia per garantire uguaglianza nel rispetto della vita umana. Per evitare l’autodistruzione. La riscossa può partire solo dall’ombelico del Mondo.

Per garantire ai nostri figli e nipoti la possibilità di provare la sensazione - che fa divampare il cuore - di trovarsi in un luogo davvero Universale, dove le gioie, i dolori, le angosce, le speranze sono uguali per tutti.

Per garantire ai nostri figli di poter godere di odori, sapori, visioni uniche, non trattate come paccottiglie esperienziali, ma come diritto dell’essere umano di ricercare la bellezza più pura. Che alberga dall’alba dei secoli qui a Roma.

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