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Hikikomori, lo psichiatra Tonioni ai genitori: "Date loro fiducia"

Valentina Bertoli
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«Gli hikikomori sono ragazzi senza pelle, che si difendono dalle emozioni, convivono con il fantasma della vergogna ed evitano qualsiasi possibilità di fare una brutta figura. Non si espongono, non agiscono e azzerano la differenza tra la vita online e quella offline». A parlare è Federico Tonioni, psichiatra presso il Policlinico Universitario Agostino Gemelli, ricercatore ed esperto nel trattamento di dipendente patologiche.

Professore, come si riconosce un ragazzo che sta entrando in una condizione di ritiro sociale?
«La vita degli adolescenti si muove nella dicotomia popolarità-vergogna e, nella cultura delle immagini, la visibilità è moltiplicata. Un ragazzo hikikomori è un ragazzo per il quale la vergogna acquista un peso enorme. Sentirsi inadeguati può ledere la sua autostima e diventare terreno fertile per la paura dell’esposizione. Così, intorno agli 11-12 anni, inizia a mostrare difficoltà a entrare nell’adolescenza e a racchiudere il suo mondo nello smartphone. Preferisce videogame "spara-tutto" perché deve detonare, scaricare rabbia. C’è spesso una precedente diagnosi di disturbo dell’apprendimento, ma attenzione, perché in realtà sono molto colti, veloci nell’apprendimento. Crollano solo sul piano delle emozioni. Ecco perché critico il furore diagnostico. Bisogna interrogarsi su un nuovo modo di apprendere». 

Quanto incide la trasformazione digitale sul fenomeno? 

«Il tempo è diventato compulsivo. Non è più ammessa la capacità di attesa. Quando una mamma allatta, ha spesso il cellulare sulle ginocchia. Il bambino vede che non se ne separa mai. Il problema nasce quando diciamo ai figli che quello strumento è il demonio. Proibire non serve a molto se il digitale è diventato quasi come l’ossigeno. Dobbiamo accettare di non sapere tutto quello che c’è nel loro telefonino».

Qual è l’approccio terapeutico corretto? 
«Una delle prime cose è non toccare gli smartphone. Dentro ci sono sessualità, fantasie, relazioni. Scoprirle sarebbe come guardare il ragazzo dal buco della serratura. Noi genitori spesso ci sentiamo in colpa perché abbiamo la sensazione di esserci stati poco. E allora compensiamo riempiendo i figli di aspettative. Gli adolescenti hanno un enorme bisogno di noi, ma il controllo ossessivo non funziona».

I casi di ritiro sociale sono realmente in aumento?
«Sì, ma bisogna capire quale sia la gravità del caso. Per farlo si valuta il livello di autostima. Io chiedo sempre: "Ti sei mai innamorato?". Molti, dalla loro stanza, instaurano delle relazioni».

Cosa possono fare i genitori?
«L’autostima nasce dal sentimento di essere stati amati anche quando abbiamo deluso le aspettative. Conta il rapporto di fiducia. Non possiamo affidarci solo alle proibizioni. Se usiamo il cellulare tutto il giorno, non possiamo pensare che sia solo un problema dei nostri figli».

Quindi il lavoro terapeutico riguarda tutta la famiglia?
«È fondamentale. I genitori darebbero la vita per i propri figli, ma devono capire che la possessività non è iper-amore. Non possiamo chiedere ai nostri figli adolescenti di prendersi cura della nostra ansia. Degli adolescenti dobbiamo fidarci. È faticoso, ma sapevamo che lo sarebbe stato».
 

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