Rapine a Termini. La polizia arresta banda di tunisini dal coltello facile
Diciannove anni il più giovane, trentuno il più anziano. Due con precedenti penali, tutti avvezzi a maneggiare coltelli e, se necessario, a usarli perfino contro i loro connazionali. Sono loro i componenti di una banda composta da sei tunisini, fermata dalla polizia di Stato, che vivevano alla giornata di furti, scippi e rapine. Teatro delle imprese, l’Esquilino, il quartiere romano adiacente alla stazione Termini. L’indagine degli uomini del locale Commissariato di polizia, coordinati dalla procura della Repubblica, è scattata il 17 aprile scorso nei pressi di piazza Vittorio. Vittima del branco altri due tunisini, aggrediti a colpi di coltello e di cocci di bottiglia per derubarli dei loro effetti personali, tra cui una catenina d’oro e qualche centinaia di euro. La banda è entrata in azione in via Manin, stessa strada dove mesi più tardi sarebbe stato aggredito, sempre per rapina, un rider, anche lui di nazionalità tunisina. Qui le vittime sono state colpite con alcuni fendenti prima di riuscire a scappare, ferite, in direzione di piazza Vittorio. Ma gli aggressioni li hanno rincorsi per le vie del quartiere fino a raggiungerli in via Carlo Alberto, all’ingresso della stazione della linea A della metropolitana. Qui i due tunisini sono riusciti, nascondendosi, a «procurarsi elementi che si sono poi rivelati strategici dal punto di vista investigativo», spiegano gli inquirenti. Una delle vittime sarebbe riuscita «a porsi in una posizione di favore per documentare i volti di alcuni componenti» della banda. Poi, finalmente l’arrivo di una pattuglia del Commissariato Esquilino, accorsa in seguito alla segnalazione di un passante al 112 (Nue).
E sono stati proprio i due ragazzi tunisini a fornire ai poliziotti dell’equipaggio la descrizione di alcuni degli assalitori, tra cui come erano vestiti. Ciò ha permesso ai poliziotti di intercettarne uno a poca distanza. L’uomo aveva gli abiti sporchi di sangue. In quella circostanza aveva tentato di giustificarsi dicendo di lavorare come barbiere e di essersi ferito con le forbici. L’arresto era stato convalidato e l’uomo condannato ai domiciliari, misura aggravata con il carcere, dove è attualmente detenuto, dopo un tentativo di evasione. Da quella brutale aggressione è dunque partita la caccia al branco dei tunisini. Gli investigatori sono partiti dalle descrizioni fornite e dalle foto scattate dalle vittime, nell’ultima fase dell’aggressione, e dall’analisi delle telecamere della zona che avevano immortalato il ferimento delle vittime, la rapina e il loro inseguimento. Un lavoro certosino che ha portato gli agenti, nell’arco dei mesi successivi, a identificare gli altri componenti della banda, nei confronti dei quali l’autorità giudiziaria ha potuto emettere un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Secondo il Gip «l’assenza di una fissa dimora, a tacere dell’excursus criminoso dei singoli componenti del branco, rappresenta senza dubbio un fattore indicativo della loro pericolosità». Sono ora gravemente indiziati, in concorso tra loro, dei reati di rapina e lesioni. Età, nomi e caratteristiche fisiche che vanno ad intrecciarsi con le più recenti indagini delle forze dell’ordine, volte a dare nomi e volti ai membri di un altro branco, quello che ha aggredito brutalmente in via Giolitti, il 10 gennaio scorso, il dipendente del Mimit. Alcuni di loro sono ancora in libertà, pronti a colpire tra stazione Termini e piazza Vittorio.
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