A Termini serve un repulisti. Arresti inutili se i giudici li rimettono subito in libertà
Sembra un luogo comune, invece è lo sfogo di poliziotti e carabinieri: «Noi acciuffiamo i delinquenti, e c’è chi li rimette in libertà». Il lettore ha già indovinato a chi si riferiscono. Se poi a dirlo è il primo poliziotto di Roma - e siamo riduttivi trattandosi della Capitale d’Italia - allora la questione emerge in tutta evidenza. Colpiscono le frasi stampate sul Corriere della Sera in cronaca, pronunciate proprio dal questore Roberto Massucci: «Al Quarticciolo abbiamo arrestato 200 persone nel 2025, alcune anche più volte, ma in carcere oggi ce ne sono una ventina». Demagogo pure lui?
I delinquenti che stavano per ammezzare di botte alla stazione Termini un impiegato ministeriale erano noti per i loro precedenti penali e pensavano di poter importare i loro vizi malavitosi anche in Italia, a Roma. Quelli che sono stati presi - perché le nostre forze dell’ordine hanno risposto in maniera «immediata ed efficace», come ha acutamente osservato il prefetto Lamberto Giannini - quando torneranno a gironzolare dalle parti attorno ai binari?
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La denuncia è forte: si sentono abbandonati se c’è chi vanifica il loro lavoro nel territorio. La stessa Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno, lo ha detto con nettezza: «Sulla sicurezza auspico un cambio di passo» e che soprattutto ognuno remi nella stessa direzione. A piazzale Clodio saranno fischiate le orecchie o pensano solo alla cantilena della politica che vuole sottomettere i magistrati al suo servizio?
Noi prendiamo molto sul serio le parole di Massucci e ci auguriamo che suonino come una sveglia necessaria all’intero sistema politico e giudiziario. Che poi quello politico è già allertato da tempo e dovrebbe essere alle porte un nuovo elenco di norme per reprimere la criminalità. Non governa la sinistra, non immaginiamo un percorso complicato, a parte il consueto baccano delle minoranze. Ma sarà ancora con i giudici, tanto per cambiare, che bisognerà fare i conti, soprattutto verso quelli abituati ad «interpretare» le norme anziché applicarle.
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Dal canto suo, la politica deve anche garantire che, proprio a Roma, a Giubileo trascorso, non si riduca il personale di polizia e anzi lo si aumenti. I delinquenti devono sparire dalla Capitale. E proprio chi è chiamato ad applicare le leggi non può più mandare dispersa l’esigenza di sicurezza che sale dai cittadini: i magistrati, applicando le leggi, devono garantire certezze senza subire troppo quel fascino della discrezionalità che porta a commettere errori clamorosi. Se Tizio o Caio sono oggettivamente un pericolo sociale siamo di fronte ad un concetto che non può essere «interpretato» in senso restrittivo. Se sei un delinquente pericoloso in carcere fai meno danni. Ma se uno cade reiteratamente nel delitto, spaccia, ruba, picchia o spara, che altro bisogna attendere per non vederlo più in circolazione?
Le responsabilità sono evidenti a tutti. Negarlo sa molto di ideologico e non a bene. Tutto questo crea una reale percezione di insicurezza, soprattutto in zone come Termini, e non si può derubricare tutto come «sensazione»: sarebbe un grossolano errore. Proprio lì non serve un generico «buttiamo via la chiave», ma azioni che siano supportate da politica e giustizia.
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Ad esempio: allontanamento immediato e reale dalle zone sensibili, strutture chiuse di contenimento per recidivi cronici, processi rapidi, stop ad assoluzioni per decorrenza o cavilli, responsabilità anche di chi decide di rimettere in strada sempre gli stessi. È un patto necessario, da sottoscrivere e soprattutto da rispettare. Non spetta ai magistrati fare giustizia sociale, ma magari è meglio garantire la sicurezza dei cittadini che non delinquono. Altrimenti, quelli come i picchiatori di Termini continueranno a menare le mani perché rischiano poco.
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