Cerca
Cerca
Edicola digitale
+

Roma, controllo e leggi speciali: la battaglia della legalità si vince o si perde a Termini

Foto: Lapresse

Roberto Arditti
  • a
  • a
  • a

Deve essere chiaro una volta per tutte: la stazione Termini è il fronte principale su cui si combatte la durissima battaglia della sicurezza nazionale. Se a Termini vince la violenza, il messaggio corre veloce in tutto il Paese: il crimine può prevalere. Se Termini resiste e vince, allora l’Italia dimostra di sapersi difendere, qui e ovunque. In queste ore lo sforzo è visibile, la zona è sotto una morsa di controlli senza precedenti. Pattuglie rinforzate ovunque: sotto i portici di piazza dei Cinquecento, lungo via Giolitti, in via Manin, fino all’Esquilino. Identificazioni a tappeto, fermi in serie, vertice urgente in prefettura. Daspo urbani estesi, presidi visibili 24 ore su 24, operazioni coordinate tra Polfer, Questura, Reparto Mobile, Carabinieri e Polizia Locale. Le forze dell’ordine stanno compiendo uno sforzo straordinario, encomiabile. Ma proprio questo è il dramma: serve un intervento eccezionale per tenere la situazione «sotto controllo». Il controllo vero non può dipendere da blitz notturni o da mobilitazioni spot. Deve essere la normalità. Deve esistere nelle ore diurne come in quelle notturne, senza bisogno di eroismi quotidiani. Se per evitare il collasso serve sempre lo stato di emergenza, significa che lo Stato ha già perso la battaglia ordinaria. E questo non è più tollerabile.

 

 

Basta guardare con onestà: il bivacco notturno è permanente. Non solo davanti ai binari, ma nelle vie adiacenti. Centinaia di persone stazionano lì senza alcun legame con i treni: non partono, non arrivano. Non sono viaggiatori. Vedono Termini come un territorio di conquista: furti, spaccio, aggressioni, sfruttamento, racket. È un ecosistema criminale che si è radicato e si autoalimenta. Chi arriva per delinquere sa di poter contare su impunità diffusa, su tempi lunghi di identificazione, su rimpatri incerti, su pene che non spaventano. Queste presenze vanno spezzate alla radice. Non si tratta di criminalizzare la marginalità – per quella occorrono politiche sociali vere: accoglienza strutturata, tensostrutture, camper sociosanitari, percorsi di reinserimento con il terzo settore. Ma chi è lì per fare male va individuato, fermato, perseguito sistematicamente. Giorno dopo giorno, notte dopo notte. Fino a far passare la voglia di considerare Termini un obiettivo appetibile. Serve un cambio di paradigma profondo.

 

 

L’attuale impianto giuridico e operativo è inadeguato: premia la recidiva, favorisce la mobilità del crimine transnazionale, scoraggia l’azione preventiva. Occorrono norme speciali: fermo prolungato fino a identificazione completa per irregolari con precedenti; espulsioni immediate ed effettive; ordinanze anti-stazionamento rigide e coordinate; videosorveglianza non solo passiva ma con analisi in tempo reale (e che nessuno sollevi questioni di privacy); chiusura anticipata di attività a rischio; illuminazione totale e decoro costante. E poi la verità che nessuno vuole dire ad alta voce: i posti nelle carceri italiane non bastano. Il sovraffollamento è cronico, le misure alternative troppo permissive per reati predatori violenti. Senza un piano serio di nuove strutture detentive e senza una riforma del codice penale che dia strumenti concreti alle forze dell’ordine, continueremo a inseguire il crimine invece di prevenirlo. Termini è il banco di prova nazionale. È la porta d’Italia, snodo di milioni di vite, simbolo di connessione e di forza economica. Se i delinquenti riescono a imporre la loro legge qui – in uno dei luoghi più visibili e frequentati del Paese – il messaggio è catastrofico: lo Stato arretra, il crimine avanza, diventa legittimo provarci dappertutto. Viceversa, se riconquistiamo Termini – se la rendiamo sicura, controllata, vivibile a ogni ora – mandiamo un segnale potentissimo: la Repubblica sa reagire, sa difendersi, sa vincere. Il governo, la prefettura, il Comune hanno davanti una sfida storica. Non bastano più annunci, operazioni temporanee, retorica. Termini è la cartina di tornasole della nazione. Se vinciamo qui, vinciamo in Italia. Se loro vincono qui, perché dovrebbero perdere altrove?

Dai blog