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Roma, dipendente Campidoglio va al bar. Giudice annulla licenziamento

Letizia Beato, prima dipendente pubblica licenziata con la legge Madia, torna al lavoro. Il Comune paga gli arretrati

Maria Grazia Coletti
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Non doveva essere licenziata per giusta causa la signora Letizia Beato, dipendente di Roma Capitale dal marzo del 1990, allontanata dal posto di lavoro nella primavera dello scorso anno. Lo ha deciso, con una ordinanza di 6 pagine, il giudice Elisabetta Capaccioli, della sezione lavoro del tribunale ordinario, accogliendo il ricorso presentato dal difensore della donna, l'avvocato Giuseppe Pio Torcicollo. Il giudice ha dichiarato l'illegittimità di quel licenziamento intimato con la determinazione dirigenziale n.996 del 19 maggio 2017 e condannato Roma Capitale, oltre che alle spese processuali, anche «alla reintegrazione nel posto di lavoro e alle retribuzioni medio tempore maturate dalla sospensione cautelare all'effettiva reintegrazione». Tutto ha origine dal provvedimento di sospensione immediata al servizio scattato il 21 aprile del 2017: il giorno prima, la dipendente, dopo aver timbrato l'inizio del suo turno di lavoro alle 7.59, pochi minuti dopo, per un malore improvviso, usciva dall'ufficio di via della Greca senza effettuare una timbratura in uscita per raggiungere il più vicino bar dove avrebbe consumato una camomilla. Nel rientrare in sede, però, la donna cadeva per terra riportando la frattura dell'omero sinistro, per un dislivello del marciapiede, veniva aiutata da alcuni passanti e trasportata da un'ambulanza al pronto soccorso dell'ospedale Fatebenefratelli. Per l'amministrazione capitolina, la mancata timbratura in uscita (che la donna non fece per una dimenticanza) poteva configurare tra l'altro una falsa attestazione della presenza in servizio, considerato che non c'era prova che l'allontanamento dal posto di lavoro fosse dipeso da uno stato di malessere. In ogni caso il giudice, recependo le osservazioni della difesa, ha spiegato che la signora Beato, la mattina del 20 aprile 2017, si era «allontanata, solo momentaneamente» dall'ufficio avendo «lasciato in stanza tutti i suoi effetti personali» e che «tra la timbratura in entrata e il tentativo di rientro in ufficio compromesso dall'incidente erano trascorsi non più di 5-6 minuti». Non solo ma «eventuali imprecisioni riferite dalla donna» al direttore dell'ufficio «possono trovare giustificazione stante lo stato di confusione conseguente alla caduta». La conseguenza è che «l'irrogazione della sanzione espulsiva si appalesa sproporzionata all'entità del fatto contestato».

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