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L'1% dei «positivi» diventerà malato Ma c'è la profilassi

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Bisognaconsegnare i risultati di gran parte dei test sui 1271 bambini a rischio tubercolosi (il Policlinico da ieri è aiutato dagli ospedali San Camillo e dal Bambino Gesù) entro il 31 agosto. Sarà un lavoro più che intenso, considerando che i neonati sono sottoposti ad esami più accurati rispetto alle normali intradermo reazione utilizzate solitamente per gli adulti. Quando poi dal laboratorio escono risultati positivi, bisogna fare ulteriori esami e dare il via alla profilassi. «Per la profilassi ci sono protocolli internazionali, si somministra un farmaco, un chemioterapico, una volta al giorno per un lungo periodo che dura, di solito, dai 4 ai 6 mesi», spiega il direttore dell'Uoc di Neonatologia del Gemelli Costantino Romagnoli. «È una terapia - dice - che si somministra per bocca, e si può fare anche a casa. I farmaci sono l'isoniazide, o la rifampicina nel caso in cui il bambino non tolleri il primo farmaco. I genitori sono preoccupati perché associano contagio e malattia, e per noi la cosa più difficile è spiegare che c'è tutta la possibilità di evitare che la malattia si sviluppi. Il contagio con il bacillo tubercolare non porta alla malattia - conclude il medico - ma porta a uno stato di malattia latente e che viene prevenuta con l'opportuna terapia. Un bambino che risulta positivo non è contagioso, non è malato». In realtà, racconta l'ordinario di Microbiologia della Cattolica Giovanni Fadda, non è facile ammalarsi di tbc: «Nel 90 per cento dei casi - afferma il docente - un contatto non produce niente, mentre il 10 per cento risulta latente, come un terzo della popolazione mondiale. Ad ammalarsi è l'1% di chi entra in contatto con il microbatterio». Ma come è possibile che l'infermiera abbia trasmetto il bacillo? Come lo ha contratto lei? I medici spiegano che potrebbe averlo incamerato mesi fa, anche a Roma non per forza viaggiando in Paesi a rischio. Di sicuro, racconta Costantino Romagnoli, «una persona che arriva a sviluppare una malattia con scarsissimi sintomi e che ha fatto addirittura anche il vaccino è veramente difficile da individuare. La sicurezza al Gemelli nei reparti di Neonatologia è già al massimo. Più di così non si può fare», spiega. E utilizzare le mascherini è praticamente inutile: «È stato dimostrato che non servono assolutamente a nulla. Oltretutto anche la nostra Regione si è adattata all'idea dei nidi "aperti", "dispersi", nei quali cioè il bambino sta il più possibile vicino alla mamma». F.P.

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