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Sondaggi, quando la narrazione diventa contraffazione

Gli errori nel sopravvalutare l'effetto Vannacci e un campo largo che non esiste: perché la somma dei partiti d'opposizione non significa ribaltone

Luigi Crespi
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Lo dico con parole chiare, senza ipocrisia: si vuole imporre una narrazione che non esiste. Opinioni legittime vengono trasformate prima in fatti acquisiti e poi addirittura in verità assolute, incontrovertibili. Non sostengo che qualcuno falsifichi materialmente i dati per un interesse oscuro. Non sono un complottista e non ho bisogno di evocare trame segrete. Sostengo qualcosa di più sofisticato e, proprio per questo, più insidioso: i numeri vengono selezionati, aggregati e rappresentati in modo da consegnare all’opinione pubblica una sola interpretazione possibile. Una verità prefabbricata.

Il racconto è ormai pronto: il governo sarebbe in crisi di risultati e di consenso, Giorgia Meloni sarebbe arrivata alla fine della propria parabola e al campo largo non resterebbe che attendere il momento di suonare la campanella dell’inevitabile vittoria.

 

Ma è davvero così? Guardiamola tavola dei “Political Trend” di questa settimana. Quattro istituti: due descrivono un sostanziale pareggio tra le coalizioni, uno assegna al centrosinistra un vantaggio marcato, l’ultimo un vantaggio più contenuto. Fin qui nulla di strano. Il problema nasce da come viene costruito il cosiddetto campo largo. Tutti gli istituti sommano quasi automaticamente tutti i partiti dell’opposizione, con l’eccezione di Calenda, come se quell’alleanza fosse già stata decisa, sottoscritta e presentata agli elettori. Ma il campo largo, oggi, non esiste. Non ha un leader, non ha un programma comune e non ha ancora risolto le incompatibilità politiche che dividono i suoi protagonisti.

“Battere Meloni” può essere uno slogan elettorale, ma non basta per governare un Paese. Soprattutto, non esiste alcun accordo politico con il partito di Matteo Renzi. Giuseppe Conte ha ripetutamente escluso questa alleanza e le distanze tra Movimento 5 Stelle e Italia Viva sono note a tutti. Eppure i voti di Renzi vengono ugualmente inseriti nel totale del centrosinistra. Perché servono a produrre un risultato. E quel risultato serve a costruire un titolo.

Se Italia Viva venisse correttamente sottratta da una coalizione a cui oggi non appartiene, la fotografia cambierebbe completamente. I due sondaggi presentati come un pareggio registrerebbero un vantaggio del centrodestra superiore ai due punti. Il vantaggio di misura attribuito al campo largo si trasformerebbe in un risultato favorevole al centrodestra. Solo la rilevazione con il margine più ampio conserverebbe il centrosinistra davanti, ma con una distanza sensibilmente ridotta. Cambierebbero i numeri. Cambierebbero i titoli. Soprattutto, crollerebbe la narrazione.

 

Basta fare un giro sul web o un rapido zapping per trovare opinionisti, giornalisti e conduttori che trattano questa narrazione come un dato di realtà. E se qualcuno prova a dire: «Un attimo, di cosa stiamo parlando?», scatta il coro indignato che lo rinchiude nel recinto dei “meloniani”.

Questa stessa rappresentazione serve anche ad alimentare un’altra operazione: trasformare Roberto Vannacci nel possibile giustiziere del centrodestra. Nei fatti, invece, Futuro Nazionale rappresenta soprattutto l’ultima speranza del centrosinistra di battere il governo usando una parte dei voti della destra.

Ma sarà davvero così?Si enfatizza ogni ipotetico punto percentuale conquistato da Vannacci e si presenta la sua iniziativa come una forza inarrestabile. Basterà attendere il verdetto delle urne, al quale nessuno può sottrarsi. Ma c’è un’altra cosa vera, e conta di più: dopo quattro anni di governo, Giorgia Meloni si avvia verso la campagna elettorale alla guida di un partito accreditato di un risultato persino superiore a quello con cui ha vinto le elezioni. Ed è stabilmente la figura politica più apprezzata del Paese. Soprattutto, si finge che gli elettori di Futuro Nazionale siano diventati improvvisamente estranei al centrodestra e ostili a Giorgia Meloni. I numeri raccontano l’esatto contrario. Secondo una ricerca dell’Istituto Piepoli, il 66 per cento degli elettori di Vannacci dichiara di avere fiducia in Giorgia Meloni. Ipsos rileva, nello stesso bacino elettorale, un 55 per cento di giudizi positivi sul governo.

Sono numeri che descrivono un elettorato critico, certamente attratto dalla radicalità di Vannacci, ma che continua a riconoscersi nel centrodestra e a mantenere un rapporto positivo con la presidente del Consiglio.

 

Anche Noto documentala forza potenziale del voto utile. In caso di ballottaggio, il 40 per cento degli intervistati voterebbe la coalizione politicamente più vicina, mentre il 32 per cento sceglierebbe quella necessaria a impedire la vittoria dello schieramento più lontano. Questo non significa che il 72 per cento voterebbe automaticamente Meloni: sarebbe lo stesso errore che contestiamo agli altri. Significa però che, davanti a una scelta netta tra il centrodestra guidato da Meloni e il campo largo, una parte consistente dell’elettorato di Vannacci potrebbe abbandonare il voto identitario per scegliere quello utile.

In altre parole, l’attuale consenso di Futuro Nazionale non può essere trasferito meccanicamente dalle rilevazioni alle urne. Quando il voto smetterà di essere una protesta e diventerà una scelta su chi debba governare, molti di quegli elettori si troveranno davanti a una domanda semplice: vogliono davvero consegnare Palazzo Chigi alla sinistra?

Di questa dinamica si è accorto anche Roberto D’Alimonte, che sul Sole 24 Ore ha scritto del “tango elettorale tra Meloni e Vannacci”. La sua osservazione parte proprio dalla sovrapposizione tra i due elettorati: senza Vannacci, Meloni rischia di non vincere; con Vannacci, rischia di vincere senza poter governare. Ma il dato Ipsos che lui stesso cita, quel 55 per cento di giudizi positivi sul governo tra gli elettori di Futuro Nazionale, dimostra che la partita non è affatto chiusa.

 

L’elettorato di Vannacci non appartiene alla sinistra. Non considera il governo Meloni un nemico e non sembra disposto, in maggioranza, a diventare lo strumento con cui riportare la sinistra al governo. Futuro Nazionale può raccogliere consenso finché il sondaggio viene percepito come una protesta senza conseguenze. Nell’urna, quando le conseguenze diventano concrete, quel consenso potrebbe ridursi. Perché tra l’identità proclamata e la scelta di governo c’è lo spazio decisivo del voto utile.

I sondaggi dovrebbero fotografare la realtà, non sostituirsi alla politica. Non possono decidere quali partiti formeranno una coalizione, cancellare i veti pronunciati dai leader e sommare soggetti incompatibili solo perché quella somma produce il titolo desiderato. Quando la rappresentazione prende il posto della realtà, la narrazione smette di essere interpretazione. E assume, sempre di più, i contorni della contraffazione.

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