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Dal cordone sanitario ai giudici: la clava della «democrazia difensiva»

Foto: Lapresse

Matteo Cassol
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Nel 1720, quando la peste di Marsiglia cominciò a mangiarsi la Provenza, la Francia mandò soldati, sbarrò le vie, mise l’infezione sotto assedio. L’anno dopo si tirò su un muro. A Venezia uomini e merci sospetti finivano al lazzaretto. Il cordone asburgico correva dall’Adriatico alla Transilvania: fucili, baracche, quarantene, perché il morbo non passasse dall’Impero ottomano. Pustole, febbre, bubboni, cadaveri. Allora era faccenda seria: dall’altra parte c’era la morte.

Poi il cordone sanitario ha fatto carriera. Ripulito col fenolo della metafora, è stato arruolato nella politica, con etica meno ippocratica. Almeno dal caso Vlaams Blok, Belgio 1989, la medicina costituzionale europea dispone di una Ffp3 contro le elezioni sgradite. Quando il contagio riguarda quasi un voto su due, però, la mascherina somiglia a un bavaglio. In Sassonia-Anhalt Afd ha preso il 43,8%. Non microbi sotto vetro, quasi metà dei voti. Il Brandmauer, muro tagliafuoco, doveva tenerla lontana dal governo. Ha funzionato alla porta, non sull’incendio. Il virus, intanto, non ha ricevuto la circolare. E poiché ai seggi si presentano schiere di untori con documento valido, ora nella Cdu di Merz si comincia a studiare il passaggio dalla profilassi alla chirurgia. Wüst, presidente del Land più popoloso, apre esplicitamente alla possibile messa al bando, con l’armamentario della «democrazia che sa difendersi». «Ultima strada», naturalmente. Se l’appestato, anziché crepare, inizia a vincere elezioni, bisognerà forse toglierne di mezzo il corpaccione per sentenza. Democrazia difensiva. Formula stupenda. Dopo Weimar i tedeschi avevano ragioni tragiche per inventarla: proprio per questo farne teologia della batosta alle urne sarebbe una discreta bestemmia storica. Prima si esclude l’avversario. Poi si assemblano maggioranze da raccolta indifferenziata: dentro di tutto purché resti fuori il rifiuto speciale. Se non basta, si contempla di barricarsi dagli elettori convocando i giudici. Esprimetevi liberamente, a condizione che il voto produca qualcosa che possiamo consentire. Suffragio universale con filtro antiparticolato.

La Francia conosce la liturgia. Il «tutti contro Le Pen» dura da decenni, di padre in figlia, e nel 2025 ha trovato un nuovo sbarramento nell’ineleggibilità di Marine, poi ridotta in appello a luglio fino a riaprire la candidatura presidenziale, mentre resta il ricorso in Cassazione. Milioni di francesi perseverano nel votare Rassemblement national. Indisciplinati. In Italia il preparato è casalingo. Si prende chiunque, sinistra, grillismo, centristi, centrini, cespugli, li si mette sott’olio e si agita il vasetto pronunciando «fascismo». Era già arrivato con Berlusconi, poi con Salvini, poi con Meloni. Ora tornerà con Meloni o Vannacci: chissà se stavolta gli italiani lo noteranno. Non occorre tifare per Afd, Le Pen o altri del reparto infettivi per vedere il punto: la buffa onnipotenza di chi si proclama democratico ma non riesce a convincere democraticamente. Lo strano sistema liberale di chi si incarica di difendere i cittadini da ciò che osano decidere, di chi non persuade ma moralizza, non conquista ma interdice, non vince ma deferisce. L’eccezione estrema diventa il surrogato della politica, il rifugio di classi dirigenti che non riescono a farsi votare eppure custodiscono il potere dall’assalto di chi mette le crocette sbagliate. Popolo sovrano, in contumacia. La democrazia è roba loro. Voi potete partecipare, se votate bene. Altrimenti ve la faranno vedere. In cartolina.

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