Corte dei conti, intervista a Costa: “Incarichi extra anche in organismi pubblici controllati. Rischio per la credibilità”
Un magistrato contabile su due ha un secondo incarico. E la Corte dei conti controlla proprio le amministrazioni dove alcuni di quei togati lavorano. Un cortocircuito che si può riassumere in una domanda sola: chi controlla chi? Enrico Costa, presidente dei deputati di Forza Italia, non la liquida come un'anomalia isolata: «Se noi siamo al 50% dei soggetti che hanno di fatto una doppia attività, c'è qualcosa che secondo me deve essere meglio delineato». Dietro la statistica, per Costa, si apre un problema più largo, di credibilità, di potere, di rapporti e che il Parlamento non può continuare a derubricare a dettaglio tecnico.
Onorevole Costa, un magistrato della Corte dei Conti su due ha incarichi extragiudiziari. È normale?
«Io ritengo che i magistrati, siano essi ordinari, amministrativi o contabili, debbano svolgere innanzitutto il lavoro per il quale hanno vinto un concorso e per il quale possiedono specifiche competenze. Gli incarichi extragiudiziari non dovrebbero sottrarre tempo alla funzione principale, ma sappiamo che inevitabilmente sottraggono energie. Nel caso della Corte dei Conti, poi, esiste anche un problema di opportunità: molti di questi incarichi riguardano organismi pubblici che, direttamente o indirettamente, rientrano nell’ambito del controllo della stessa Corte».
Non c’è quindi una contraddizione tra il ruolo della Corte dei Conti come garante della corretta gestione della spesa pubblica e il fatto che suoi magistrati assumano incarichi proprio nel settore pubblico?
«Un magistrato, naturalmente, non controlla l'ente presso il quale svolge un incarico. Ma la questione non è soltanto formale. Esiste un problema di opportunità, di percezione e di credibilità dell'istituzione. Quando un magistrato contabile presiede o partecipa a organi di revisione di università, fondazioni o altri enti pubblici, si crea comunque una sovrapposizione di ruoli che può generare relazioni e intrecci che sarebbe meglio evitare. La giustizia, soprattutto quella che deve garantire il corretto utilizzo delle risorse pubbliche, deve essere percepita come completamente autonoma e indipendente da qualsiasi altro interesse».
Con 497 incarichi assegnati a 246 magistrati, non siamo più di fronte a episodi isolati.
«No. I dati forniti dal governo dimostrano che il ricorso agli incarichi extragiudiziari non è più un fenomeno marginale, ma ha assunto dimensioni quasi strutturali. È un dato che dovrebbe far riflettere tutti. Non si tratta di mettere in discussione la professionalità dei singoli magistrati, ma di interrogarsi sull’equilibrio complessivo del sistema. Se un istituto nato per consentire alcune situazioni specifiche viene utilizzato con questa frequenza, significa che occorre intervenire sul piano normativo. Bisogna stabilire limiti più chiari e impedire che il cumulo di funzioni diventi la normalità».
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Che tipo di intervento immagina?
«Occorre distinguere nettamente le attività che rappresentano un arricchimento professionale e culturale da quelle che configurano un vero e proprio secondo incarico. Una lezione universitaria occasionale, soprattutto se gratuita, è una cosa: può essere un contributo alla formazione e alla collettività. Un incarico continuativo e ben remunerato, che incide in maniera significativa sulle entrate personali del magistrato, è un’altra cosa. Su questo serve una riflessione seria e approfondita. Sono convinto che la funzione giudiziaria debba essere separata il più possibile da ogni altra attività che possa condizionarla o anche soltanto creare un dubbio sulla sua piena autonomia».
Una riforma dovrebbe quindi essere discussa anche con gli organi di autogoverno della magistratura?
«Certamente. Una materia così delicata dovrebbe essere affrontata coinvolgendo il Csm, il Consiglio della Giustizia Amministrativa e il Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti. Non credo servano interventi ideologici o punitivi. Servono regole semplici, comprensibili e soprattutto coerenti con la funzione svolta dai magistrati. Il punto è ristabilire un principio: chi esercita una funzione giudiziaria deve avere come attività principale quella funzione. I numeri attuali ci dicono che gli incarichi extragiudiziari, pensati originariamente come eccezione, rischiano di essere diventati la regola. E quando accade, è il legislatore che deve interrogarsi sulla necessità di correggere il sistema».
Ma perché continua lo scontro tra governo e magistratura?
«Perché esistono assetti consolidati e interessi corporativi che nel tempo hanno trovato una loro tutela. Quando si interviene su questi equilibri, è inevitabile che si manifestino resistenze. Mail compito della politica è proprio quello di verificare se le regole esistenti siano ancora adeguate o se, invece, producano effetti non più sostenibili. Le riforme della giustizia avviate dal governo, a partire da quella collegata al referendum, hanno cercato di intervenire su alcuni di questi meccanismi. E ogni volta che si mette mano a un sistema consolidato si incontrano opposizioni».
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La Corte dei Conti ha però contestato con forza le riforme che hanno modificato le sue funzioni. Come interpreta questa reazione?
«Ho visto proteste molto forti da parte della Corte dei Conti nei confronti del legislatore, anche rispetto a interventi che, a mio giudizio, hanno introdotto modifiche di assoluto buon senso. Prima di alimentare polemiche nei confronti del Parlamento e del governo, sarebbe stato opportuno analizzare con attenzione i dati e le situazioni che sono emerse. Non parliamo soltanto di numeri: dietro quei numerici sono anomalie sostanziali che meritano di essere affrontate. Il controllo della Corte dei Conti è fondamentale, ma proprio per questo deve essere esercitato in un quadro di regole che garantisca chiarezza, terzietà e assenza di sovrapposizioni».
Seil centrodestra dovesse vincere le prossime elezioni politiche, la stagione delle riforme della giustizia continuerà?
«Senza dubbio. Sono principi che appartengono alla storia e al programma del centrodestra. L’esperienza del referendum ha dimostrato che le riforme più ambiziose richiedono tempo, perché devono confrontarsi con un sistema complesso e con resistenze consolidate. Ma proprio per questo non bisogna fermarsi. L’obiettivo deve essere quello di rendere la giustizia più efficiente, più credibile e più vicina alle esigenze dei cittadini. Questo vale per la magistratura ordinaria, per quella amministrativa e per quella contabile. Nessuna istituzione può sottrarsi a una verifica sulle proprie funzioni e sulle proprie regole».
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