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Autogol di Mario Monti. Ecco un altro campione del "vannaccismo involontario"

Andrea Venanzoni
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«Giunto a trent’anni» scrive Nietzsche, «Zarathustra lasciò il suo paese e il lago del suo paese, e andò sui monti. Qui godette del suo spirito e della sua solitudine». Giunto invece agli ottantatré anni, il professor Mario Monti se ne andò sull’elegante sponda occidentale del lago di Como, al forum Ambrosetti di Cernobbio. Qui, gli organizzatori, hanno avuto la geniale idea di renderlo controcanto del generale Roberto Vannacci, le cui gesta ormai intrecciano tra loro in maniera sempre più indistinguibile realtà e universo memetico. Inutile girarci troppo attorno, il Mario che scende dai Monti, riprendendo una feroce canzone della Repubblica Sociale Italiana, visto che siamo in tema, finisce per incarnare la più assoluta, ancorché involontaria, manifestazione di ciò che da oggi in poi definiremo «vannaccismo involontario»: possiamo descrivere questa corrente politica come l’esibizione di persone, figure, idee o argomentazioni che, pur non volendo, finiscono per gonfiare il vento nelle vele del generale, conducendolo sempre più in là nell’oceano dei consensi.

C’è, naturalmente, anche del genio perverso negli organizzatori che hanno pensato a questo funambolico Yin/Yang, a questo panel da mescalina a colazione, condiviso tra un guastatore militare, uomo d’azione in mimetica, missioni vere e medaglie e ritmicamente populista, e un algido accademico le cui gesta politiche sono ricordate per la forbice e per i tagli e la cui simpatia presso le umane genti è quasi pari a quella di Giuliano Amato quando mise le mani istituzionali nel conto corrente degli italiani.

Se uno osserva la composizione del panel, corre praticamente a comprarsi la bandiera di Futuro Nazionale. Se poi presta pure attenzione alle argomentazioni e a quanto detto, finisce pure per andarsi a tatuare il faccione del generale. Perché Monti riesce nella non semplicissima missione di rendere non solo simpatico Vannacci, d’altronde bastava il confronto sinottico tra i due, ma pure di farlo apparire più ragionevole. Perché mentre il generale, soprattutto su Europa ed economia, inforcava la maschera dell’altro Mario, Draghi, con una serie di notazioni che non sfigurerebbero tra le fila del "gruppo del Reno", Monti va all’attacco ontologico: la consistenza para-fascista di Futuro Nazionale, soprattutto in tema narrativo.

Ora, come ben sanno tutti quelli che non siano rimasti criogenizzati negli ultimi quaranta, cinquant’anni, le accuse di ‘fascismo’ non solo non hanno mai fermato o rallentato ma, anzi, hanno sempre estremamente galvanizzato l’accusato. Non necessariamente perché gli italiani siano intrinsecamente nostalgici ma perché non ne se può più di lezioncine morali, di superiorità ideologica, di patenti e definizioni la cui risultante dovrebbe essere il riconoscimento di una agibilità politica. I "deplorable", per dirla con la Clinton che pensava di azzoppare Trump e relativi sostenitori con quella definizione-insulto, alla fine votano più che per simpatia per antipatia nei confronti del moralista. E se Monti, con tutto il rispetto, non brilla già di suo per popolarità tra gli italiani, scegliere questa strada per contestare Vannacci, bè, auguri per il 20% elettorale di Futuro Nazionale. Il vannaccismo involontario ci seguirà a lungo, temo. Convitato di pietra della marcia verso le elezioni. Migliore alleato del generale, e il più potente tra tutti, perché non ha consapevolezza di esserlo.

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