tensione al nazareno

Pd, la paura fa 90: chi di primarie ferisce poi di primarie perisce

Paolo Armaroli

Chi di spada ferisce, di spada perisce. Pressappoco in questi termini si esprimeva Gesù Cristo secondo Matteo. Venendo ai giorni nostri, si può dire che chi di primarie ferisce, poi di primarie perisce. Sia chiaro: non è detto che possa finire così. Può anche darsi che Elly Schlein, dopo aver vinto le primarie aperte senza che nessuno l’avesse vista arrivare, men che meno lo sconfitto Stefano Bonaccini, si conceda il bis. E dopo averle rivinte sconfiggendo Giuseppe Conte, sfidi Giorgia Meloni alle elezioni politiche dell’anno prossimo. Insomma, è ancora possibile tutto e il contrario di tutto. In una ipotetica schedina, come quelle del totocalcio, sarebbe prudente una tripla: 1, X, 2. Fatto sta che lo scenario dal quale siamo partiti è, a seconda dei punti di vista, auspicato o temuto. A sperarlo non è solo il leader pentastellato che, all’insegna del non c’è due senza tre, sogna di tornare per la terza volta all’amato bene di Palazzo Chigi. Lo sperano anche quei settori del Pd non pregiudizialmente ostili alla loro segretaria. Tuttavia convinti che in una sfida all’Ok Corral con l’attuale presidente del Consiglio, Schlein ci rimetta le penne. E allora tanto varrebbe puntare su un altro candidato tutto da inventare pur di tornare al potere. Dopo un’astinenza quinquennale mal digerita dagli alti papaveri del Nazareno, abituati com’erano a starsene al calduccio nel Palazzo anche quando non potevano vantare napoleoniche vittorie elettorali. Insomma, nel Pd la paura fa 90. E non si è trovato di meglio, more solito, di aprire sull’argomento un dibattito. Con una doppia b, a mo’ di rafforzativo. Con lo scontato risultato di farsi del male. Del resto, il Pd ha fatto dell’autolesionismo la propria bandiera. Ecco che si è cominciato a sfogliare la margherita. Primarie sì o primarie no? Un interrogativo che desta perplessità, visto e considerato che nello Statuto del partito le primarie sono citate – per chi ha avuto la pazienza di contarle – una ventina di volte. E, ovviamente, per tutti gli usi e consumi. Ma c’è chi trova conveniente scordarsi del passato e delle regole, e oppone alle primarie se non un rotondo no, quanto meno un ni per prendere tempo e ragionarci su. Tuttavia, anche i sì alle primarie sono immancabilmente seguiti da dei "ma". Primarie chiuse o aperte? A un solo turno o con ballottaggio? E via di questo passo con tutta una previsione di regole da formare, se non fossero in alternativa, un vero e proprio ordinamento giuridico. Per la gioia di Santi Romano. Se Carl von Clausewitz nel suo famoso libro scriveva che la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi, a nostra volta potremmo dire che queste disquisizioni giuridiche intorno alle primarie sono la continuazione della politica con altri mezzi. Tant’è vero che nessuno parla, neppure un cattedratico del giure come Conte, per sviscerato amore per il diritto. Nossignori. Parla in un modo e non in un altro per ricavarne un tornaconto. Ma sì, per trarne un utile di guicciardiniana memoria.

 

  

 

Il guaio è che a furia di spaccare il capello in quattro, lor signori finiscono per coprirsi spesso e volentieri di ridicolo. Com’è accaduto all’ex ministro della Salute Roberto Speranza. Nell’intervista al "Corriere della Sera" del 25 agosto, ha giudicato un errore le primarie, che perciò andrebbero evitate. Dopo aver criticato la legge elettorale in discussione per il fatto di prevedere l’indicazione del candidato premier, sorvolando sul fatto che si tratta di una trovata escogitata dalla sinistra nel lontano 1996 a beneficio di Romano Prodi, Speranza ha un’alzata d’ingegno che lascia sbigottiti. Suggerisce per la candidatura da opporre a Meloni una scelta simbolica: un neo diciottenne o un anziano partigiano. A riprova che il solleone di questa torrida estate può dare alla testa. Difatti che allegato al programma ci sia l’una o l’altra opzione simbolica, l’uno o l’altro candidato dovrebbe vedersela con una professionista della politica del calibro di Meloni. Perciò non ci sarebbe partita. Mentre, per non essere da meno, Angelo Bonelli resta pure lui sul simbolico proponendo la candidatura a premier del presidente di uno dei comitati dei familiari delle stragi, da piazza Fontana alla stazione di Bologna. Costoro, del resto, sono in ottima compagnia. Così il presidente del Pd Stefano Bonaccini, che aveva vinto le primarie nel partito e perso quelle aperte a tutti per la gioia di Schlein, adesso frena sulle primarie e si dà al benaltrismo. Al "Corriere" (27 agosto) dice: «Dopo che avremo scritto il programma o si fanno le primarie oppure, come si fa in tutte le democrazie del mondo, il primo partito esprime la leadership». Lo stesso giorno, su "La Stampa", il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, fa un po’ il pesce in barile. Dice e non dice. Afferma che «il nostro popolo è contrario alle primarie ma non bisogna averne paura». Un colpo al cerchio e uno alla botte. E, alla scuola del signore de La Palice, se la cava in questo modo: «Le possibilità sono tre: che guidi la coalizione chi prenderà più voti alle elezioni, le primarie, o una figura terza. Sono tre opzioni assolutamente percorribili». Intanto bailamme, siamo giusti, poteva mancare la voce autorevole di Goffredo Bettini? Certo che no. Una voce dall’amata Thailandia o, forse, dalla luna. Al "Fatto Quotidiano" (27 agosto) l’esponente di un Pd pappa e ciccia con Conte, manifesta il timore che «riparta nel centrosinistra una "tarantella" infinita su metodi e regole. Ritardando ciò che è prioritario: concordare un testo essenziale, programmatico e di principi, di visione dell’Italia».

 

 

Una parola! Dopo di che, proprio lui che si sente un Niccolò Machiavelli in formato sedicesimo, compatibilmente con la sua stazza corporea, se ne traveste da Edmondo De Amicis e auspica «un clima di amicizia tra di noi, più sincero rispetto all’oggi. Escludo che Elly Schlein abbia timore delle primarie. Ha detto con limpidezza che due sono le strade: scegliere il leader del partito più forte o le primarie di popolo. Un aspetto non criticabile della segreteria è il coraggio. Ne ha da vendere». Postosi sullo sdrucciolevole piano inclinato del buonismo a tutti i costi, Bettini aggiunge: «Occorrerebbe una deontologia delle primarie; bandire critiche e polemiche tra gli alleati che competono; accettare solennemente il risultato della votazione; saper rappresentare l’insieme della coalizione da parte del vincitore; rinunciando a velleità di comando solitario. Decisiva, nel cuore, resta la consapevolezza che una sconfitta farebbe pagare, anche in termini di libertà e di garanzie, un prezzo salatissimo all’Italia e all’Europa». Bumm! Espressioni, quest’ultime, degne più di un agit prop che di una testa pensante come quella del Nostro. All’insegna del fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, Bettini poi osserva che «i gazebo andrebbero promossi e gestiti da un comitato di garanzia, sopra le parti». Resta il fatto che Bettini con queste sue espressioni mette il dito sulla piaga di due partiti, il Pd e i Cinque Stelle, che si comportano come il cane e il gatto. Dulcis in fundo, Elly Schlein. Come Quinto Fabio Massimo, temporeggia. A proposito delle primarie, afferma alla Festa dell’Unità nel Mantovano che «in queste settimane abbiamo già perso abbastanza tempo in dibattiti inutili, dannosi e subalterni». Non si espone più di tanto. Ma, avveduta com’è, non può permettersi di comportarsi come l’asino di Buridano. Non ha altra alternativa che giocarsi la candidatura a quelle primarie che hanno garantito la sua ascesa politica. Costi quel che costi. E il costo potrebbe essere molto alto. Delle due l’una, o– quali che siano le modalità del voto, tutt’altro che ininfluenti – lei batte Conte o Conte batte lei. Nella prima ipotesi, c’è il rischio che alle elezioni politiche non tutti gli elettori pentastellati si schierino come un sol uomo con lei. Nella seconda ipotesi, sarebbe battuta dal leader di un partito che ha molti meno voti del Pd. Una bella umiliazione. Costretta a fare buon viso a cattivo gioco, venderà cara la pelle. Ma sa bene che le probabilità di successo si riducono al lumicino. A dispetto del suo personale coraggio, la paura fa 90.