Extraprofitti, dibattito surreale: perché è pericoloso ricorrere all'idea di una “tassa retroattiva”
Nell’ultima settimana si è consumato un dibattito quasi surreale, poiché dovrebbe essere senza dubbio angosciante per tutti l’idea che si istituisca una qualsivoglia tassa sui cosiddetti «extraprofitti», creando un precedente pericoloso. Non solo si tratterebbe di una palese violazione dello stato di diritto, applicando retroattivamente una tassazione degli utili, ma sarebbe l’inizio di una deriva che potrebbe prima o poi riguardarci tutti. Diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno chiesto di discutere un quadro comune europeo per tassare gli «extraprofitti» in modo che non vi sia concorrenza sleale nell’eurozona. In questo caso si parla delle compagnie petrolifere, con l’obiettivo di prelevare e redistribuire parte dei guadagni attraverso sussidi o tagli alle imposte. Pochi giorni dopo, la Commissione europea ha però risposto che la tassazione degli extraprofitti è di competenza dei singoli Stati membri, escludendo quindi l’ipotesi di una regolazione o di una tassa europea. Resta quindi il rischio che qualunque Paese tassi maggiormente le proprie aziende infligga un danno alla loro competitività, favorendo quelle di un altro Paese europeo o non.
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Torniamo a noi: le compagnie petrolifere hanno guadagnato tanto ultimamente, così come le banche e le società che producono o vendono energia. Sicuramente, talvolta per bravura, talvolta speculando, altre volte per casi fortuiti, e in alcuni casi hanno reinvestito gli utili in maniera lungimirante e persino utile alla collettività. Altre volte li hanno semplicemente tenuti in cassa. È legittimo che lo Stato imponga loro delle tasse retroattive perché hanno guadagnato di più? Che prenda da quelle casse private del denaro perché ritiene che quelle aziende abbiano guadagnato troppo o perché ne ha bisogno per finanziare altre misure? Al di là della mia personale contrarietà sul piano del principio, dal punto di vista culturale, politico e giuridico, vorrei che ogni italiano pensasse bene alla risposta, perché è facile, di pancia, cadere nell’errore, ma il sostegno a questa nuova tassa potrebbe un giorno ritorcersi contro ogni italiano. E, perché no, riaprire in futuro all’idea di prelievi forzosi dai conti correnti o all’idea di una qualche patrimoniale, come già ipotizzano a sinistra.
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Chi decide quali profitti sono extra e quali legittimi? Chi decide quali settori colpire? Ovviamente lo Stato, e lo Stato è amministrato da persone che hanno spesso idee molto diverse. Le persone cambiano, ma i principi restano. Domani potrebbe accadere a chiunque di essere additato per aver guadagnato troppo. Se il prossimo governo ritenesse che gli idraulici, gli avvocati o gli albergatori, per qualche motivo, avessero guadagnato troppo, potrebbe prevedere la stessa tassa sugli extraprofitti, punendo così questi professionisti per il loro successo, anziché premiarli. Ascoltando in genere le parole di Schlein, Bonelli o Fratoianni, vi renderete conto che questa ipotesi non è remota. Infine, c’è certamente un ultimo tema che riguarda quelle aziende che per decenni hanno beneficiato di finanziamenti o sussidi pubblici, come ad esempio molte banche, e che quei denari spesso li hanno utilizzati per superare delle crisi momentanee, ma non hanno poi fatto credito a cittadini e imprese. Ecco che in questo caso lo Stato potrebbe legittimamente intervenire, per esempio imponendo loro di fare credito. Un approccio ben distante dalla legittimazione di una tassa retroattiva che, come ha detto Tajani, ricorda l’Unione Sovietica. E immaginate chi pagherebbe il conto di una tassa sugli extraprofitti delle banche? I correntisti, ovviamente, quindi tutti noi. Leggendo il programma del generale Vannacci, che parla di nazionalizzare aziende, utilizzare il golden power a più non posso e di molte altre misure stataliste, ci si rende conto di quanto l’Italia abbia bisogno di una prospettiva liberale e soprattutto liberista e di come sia solo il centrodestra attualmente al governo a poterla esprimere. Possibilmente adottando politiche il più possibile (culturalmente) coerenti, che spingano ancora di più il Paese verso la crescita e abbandonino ogni idea di nuove tasse.
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