DESTINI INCROCIATI

La fine della credibilità di Ranucci è la fine politica di Schlein

Giancristiano Desiderio

Alla fine basta aspettare e si eliminano da soli. Non è, forse, questa la tradizione più stabile e lungimirante (per il Paese) del Pd? I segretari politici del Pd sono fatti per essere disfatti. È accaduto così anche con la segretaria. Ma con una differenza: la fine di Elly Schlein è arrivata insieme con la fine della credibilità (Aldo Grasso docet!) di Sigfrido Ranucci.

 

  

La dinamica è semplice, basta mettere in fila i fatti: 1) esplode la bomba davanti alla casa Mister Report; 2) la segretaria corre come se non ci fosse un domani al congresso del Pse ad Amsterdam e non trova di meglio da fare e da dire che con il governo “delle destre” sono in pericolo la democrazia e la libertà dei giornalisti; 3) esplode la bomba del caso Lavitola – Ranucci che fa ridere il mondo; 4) la segretaria invece di chiedere scusa (cosa che sanno fare solo le grandi personalità) prima balbetta e poi sceglie il silenzio.

 

Ma nel Pd, ecco il punto, qualcuno inizia a rendersi conto che il silenzio oltre un certo limite diventa un danno, soprattutto perché ogni giorno che passa lo straordinario caso dei due amici che si vedevano al Cefalù peggiora e si avvita su sé stesso. Valterino Lavitola è in galera ed è reo confesso per la "bomba d’amore" ma ogni giorno che passa dice qualcosa, il suo avvocato riferisce e il mistero buffo si infittisce e, anzi, si gonfia come la rana della favola di Esopo. Sigfrido Ranucci è libero, è una povera vittima, ma è come si fosse costruito con le sue stesse mani una prigione dorata, molto dorata, o, vista anche la mitomania, una camicia di forza che si stringe sempre di più ad ogni parola che dice e ad ogni parola che omette: le chat, le telefonate, le piste sbagliate, le cose dette, non dette, stramaledette.

 

A questo, poi, si deve aggiungere il ruolo degli inquirenti che, forse, sono anche benevoli verso Sigfrido ma hanno i loro tempi e qui il tempo (senza fare allusioni con la nostra testata che pure sarebbero calzanti) gioca un ruolo decisivo. Perché è vero che i magistrati vogliono risentire Mister Report ma a settembre e il Pd in queste condizioni a settembre non ci arriva. Ed ecco, allora, che la bomba di Pomezia è esplosa una seconda volta nel Pd e a dire ciò che Elly non vuole dire o non può dire ci pensa qualcun altro. Luigi Zanda, ex capogruppo Pd al Senato dice senza finzioni che le vicende che accostano Ranucci a Lavitola «sono fatti gravi che vanno chiariti per il bene della trasmissione di inchiesta» e, dunque, «non mi pare che rimanere alla conduzione di Report possa giovargli». È questa la linea che comincia a farsi strada nel Pd e che può essere riassunta con questa formula: la fine di Sigfrido è la fine di Elly. Sembra una cosetta da nulla ed è un terremoto.

 

Le estati sono pericolose. Bisogna stare attenti. Ad agosto sembra che non accada nulla e, invece, è proprio ad agosto che accade tutto. In fondo, tanto per dire cose vere, che cos’è la vita, Elly? Raffaele La Capria nel suo libro più bello, «Ferito a morte», dice una cosa che sappiamo tutti per esperienza: la vita è ciò che ti accade quando sei intento a fare altro. E la segretaria era occupata a far cosa? A capire come parare i colpi delle altre bombe d’amore (da quelle parti si amano tutti alla follia) di Giuseppe Conte e a come mettere insieme tutti appassionatamente per fare finalmente il campo largo. E mentre era intenta a questa grande opera che sfida i secoli della civiltà, ecco che arriva il Generale Agosto, che è un generale serio, e improvvisa con la cronaca giudiziaria, con la cronaca politica, con la cronaca culturale (si fa per dire). E cosa accade? Beh, accade che tutto il castelluccio in aria (Machiavelli docet!) costruito dal Pd della segretaria cade giù come cade un castello di carta investito dal colpo d’aria di una bomba carta. Così ora Elly è proprio, metaforicamente e politicamente, ferita a morte.

 

Ma non perché Lavitolino sia un personaggio in cerca d’autore e nemmeno perché Sigfrido non è un eroe ma un Tartufo, bensì perché il troppo stroppia e così tutta la malsana e bugiarda retorica della novella neogotica del fascismo/antifascismo si è capovolta e chi ne fa le spese è proprio Elly che vede indebolirsi la sua leadership del campo largo che nessuno le riconosceva se non la sua triste immaginazione che la spinse a dire una frase che si è rivelata profetica e autobiografica: «Ancora una volta non ci hanno visto arrivare».