Psicosette, la Lega presenta un disegno di legge per istituire il reato di manipolazione mentale
“Vogliamo portare all’attenzione dell’opinione pubblica e dentro le istituzioni il tema della manipolazione mentale, un fenomeno in cui sono coinvolti sia uomini che donne, vittime inconsapevoli di psico-sette che adescano le persone in momenti della vita di grande fragilità. Il nostro disegno di legge, nato proprio ascoltando queste realtà, vuole istituire il reato di manipolazione mentale, assicurando giustizia”. Così le senatrici della Lega Tilde Minasi ed Erika Stefani, presentando il disegno di legge sulla manipolazione mentale nel corso di un convegno in Senato dal titolo “Oltre il silenzio delle vittime”, promosso dall’associazione Manisco World.
“La battaglia parlamentare vada avanti. Ringrazio la collega Minasi per aver sostenuto come prima firmataria una proposta in cui crediamo, anche insieme alla presidente Giulia Bongiorno. In commissione abbiamo sentito importanti testimonianze, che evidenziano un vulnus normativo: la difficoltà di individuare la fattispecie concreta del reato di manipolazione mentale; non basta ricondurre tutto alla circonvenzione di incapace quando, invece, le vittime sono persone normali che hanno una formazione, una vita gratificante, sono semplicemente colpite in un momento di debolezza. Non è una velleità di pochi: la fragilità sociale in cui stiamo incorrendo rende necessario un intervento e solo un reato di questa natura potrà porre un argine alla condotta delle cosiddette ‘psico-sette’. Certo, il tempo per approvare la norma è poco, ma già il fatto che abbiamo aperto una finestra è importante”, aggiunge la senatrice Erika Stefani, capogruppo Lega in commissione Giustizia.
“Con le nuove tecnologie digitali i numeri del fenomeno crescono. Abbiamo voluto questo disegno di legge, con le colleghe Stefani e Bongiorno, al fine di colmare un vuoto normativo, sollevato dalle associazioni, dalle vittime e dalle loro famiglie. Persone private della loro identità e colpite nei momenti in cui sono più vulnerabili, che noi come legislatori abbiamo il dovere di tutelare”, conclude Tilde Minasi, prima firmataria del provvedimento.
Tra i protagonisti della giornata Virginia Melissa Adamo, fondatrice e presidente di Manisco World, che ha raccontato la lunga battaglia contro il fenomeno delle psicosette che l'ha colpita anche personalmente. La giornata ha visto la presenza di esperti del mondo accademico e giuridico: la professoressa Anna Maria Giannini, ordinaria di Psicologia generale e Psicologia giuridica e forense presso la Sapienza Università di Roma; l’avvocato Vincenzo Dionisi, che ha illustrato contenuti della proposta di legge; il criminologo Sergio Caruso, direttore scientifico del Master di Criminologia della Calabria; e l’avvocato Giorgia Bagnasco, legale di Manisco World.
La sfida, sostenuta anche dalla presidente della Commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, è costruire una norma chiara, solida e costituzionalmente sostenibile, capace di tutelare la libertà personale senza trasformarsi in uno strumento generico o ambiguo. In questa prospettiva, il riconoscimento del reato non viene presentato come un limite alla libertà individuale, ma come un presidio contro forme organizzate di dominio psicologico che annullano volontà, identità e capacità critica.
Il nodo, dunque, resta lo stesso: come si protegge una persona quando il controllo non passa dalla forza immediata, ma da una relazione costruita per piegare lentamente la sua volontà? Da questa domanda è partito il contributo dell’avvocato Vincenzo Dionisi, penalista ed esperto in dinamiche settarie e nei profili giuridici della manipolazione mentale. Il suo intervento ha spostato l’attenzione sulla necessità di una fattispecie capace di cogliere non solo gli effetti finali della manipolazione, ma anche la sua struttura. Perché il fenomeno non si esaurisce nel singolo episodio: si sviluppa nel tempo, attraverso condotte ripetute, pressioni, isolamento e dipendenza. Dare rilievo giuridico a questa progressione significa riconoscere la capacità della manipolazione di incidere sulla libertà personale e sulla capacità critica della vittima.
La prospettiva giuridica ha trovato un naturale completamento nello sguardo psicologico della professoressa Anna Maria Giannini, ordinaria di Psicologia generale e Psicologia giuridica e forense alla Sapienza Università di Roma. Se il diritto è chiamato a definire i confini della tutela, la psicologia aiuta a comprendere ciò che accade dentro quei confini: la destrutturazione progressiva dell’identità, il ruolo della suggestione, della persuasione, della dipendenza emotiva, dell’isolamento e della perdita graduale di autonomia. È proprio in questa progressività che si annida uno degli aspetti più insidiosi del fenomeno. Nelle realtà settarie, la manipolazione non esplode quasi mai in modo improvviso. Procede per piccoli spostamenti, spesso impercettibili dall’esterno, fino a modificare il confine tra libertà e dipendenza, tra scelta e condizionamento, tra adesione e soggezione. Quando il danno diventa evidente, spesso la vittima è già isolata, indebolita, separata dai propri riferimenti affettivi e privata degli strumenti interiori necessari per chiedere aiuto. L’ingresso nel gruppo può avvenire attraverso un’apparente accoglienza, una promessa di ascolto, cura, guarigione, appartenenza o crescita personale. È il cosiddetto love bombing: un investimento emotivo intenso, iniziale e apparentemente positivo, che serve a conquistare fiducia, ridurre le difese e creare un legame di dipendenza. A questa fase possono seguire l’allontanamento dai familiari e dagli affetti, il controllo delle scelte quotidiane, la svalutazione del mondo esterno, il senso di colpa, la paura di tradire il gruppo o il leader, la pressione psicologica e lo sfruttamento economico. Nei casi più gravi si arriva ad abusi, violenze, vessazioni e forme di assoggettamento profondo.
Dentro questo quadro, fatto di norme da costruire e dinamiche da comprendere, la testimonianza di Virginia Melissa Adamo, presidente e fondatrice di Manisco World, ha riportato il dibattito al suo centro umano. La sua non è stata la voce di chi osserva il fenomeno dall’esterno, ma quella di chi conosce il peso concreto di una
ferita che non riguarda solo la vittima diretta ma travolge intere famiglie.
La manipolazione mentale, infatti, non colpisce mai una persona soltanto. Raggiunge madri, padri, fratelli, figli, comunità affettive intere, costrette spesso a misurarsi con un progressivo allontanamento, con la perdita di contatto, con l’impotenza davanti a una persona che appare ancora libera, ma che può essere entrata in una dinamica di dipendenza, controllo e annullamento della volontà. È in questo spazio difficile da nominare che Manisco World ha costruito la propria azione, non solo denuncia, ma ascolto; non solo sensibilizzazione, ma accompagnamento. Non solo racconto del dolore, ma costruzione di una rete di sostegno, anche oltre i confini nazionali, capace di affiancare famiglie, vittime, professionisti e istituzioni. Una battaglia civile che nasce da una ferita personale e diventa richiesta collettiva di verità, protezione e giustizia.
Proprio dall’esperienza concreta maturata accanto alle vittime e alle famiglie ha preso forma il richiamo dell’avvocata Giorgia Bagnasco, penalista e criminologa, consulente legale di Manisco World. Il suo intervento ha allargato lo sguardo oltre il piano strettamente giudiziario: una norma è necessaria, ma da sola non basta se la società non è preparata a riconoscere i segnali della manipolazione. La formazione diventa allora uno strumento essenziale di prevenzione e protezione. Deve partire dalla scuola, attraversare i luoghi educativi, coinvolgere i professionisti dell’ascolto, gli operatori sociali e arrivare fino alle Forze dell’Ordine, spesso chiamate a intercettare situazioni fragili, ambigue e difficili da leggere. Riconoscere gli indicatori di una possibile soggezione, distinguere una libera appartenenza da una relazione di dominio, comprendere quando l’allontanamento da una famiglia, la dipendenza da un leader o l’obbedienza cieca a un gruppo non siano il frutto di una scelta autonoma, ma l’esito di un condizionamento profondo, ed è su questo terreno che prevenzione, diritto e cultura devono incontrarsi.
A questa lettura si è collegato il contributo del professor Sergio Caruso, criminologo e direttore scientifico del Master di Criminologia della Calabria, consulente di Manisco World. La sua analisi ha descritto le psicosette non come semplici aggregazioni marginali, ma come sistemi relazionali strutturati, capaci di organizzarsi attorno a logiche di controllo, sopraffazione e dipendenza. Questo sguardo criminologico permette di cogliere la dimensione sociale del fenomeno. Le psicosette non producono effetti solo sulla singola vittima, ma incidono sui legami, sulle famiglie, sulle comunità, sulla fiducia e sulla capacità delle persone di riconoscere il confine tra relazione e dominio. La vittima non è mai un caso isolato: attorno a lei si muove una rete di rapporti feriti, interrotti o stravolti.
Se il diritto, la psicologia e la criminologia aiutano a leggere la complessità del fenomeno, la comunicazione ha il compito di renderlo comprensibile senza semplificarlo. È il punto richiamato dalla giornalista Diletta Riccelli, che ha posto l’accento sulla responsabilità dell’informazione nel trattare temi così delicati. Parlare di psicosette e manipolazione mentale richiede un linguaggio preciso, consapevole e rispettoso. Significa evitare il sensazionalismo, ma anche il rischio opposto: quello di ridurre tutto a vicende private, stranezze marginali o casi di cronaca isolati. L’informazione, in questo ambito, può contribuire a riconoscere i segnali, superare lo stigma, dare voce alle vittime e costruire una consapevolezza collettiva più matura. Social @maniscoworld
A moderare i lavori è stata Fabrizia Arcuri, responsabile comunicazione di Manisco World e rappresentante dell’Associazione Giornaliste Italiane, che ha accompagnato il dialogo tra testimonianza, istituzioni e competenze professionali. Il suo ruolo ha restituito il senso profondo dell’incontro: non sommare interventi, ma costruire una visione comune, capace di trasformare esperienze diverse in un impegno condiviso. “Oltre il silenzio delle vittime” è stato dunque più di un titolo ma rappresenta il senso stesso dell’incontro: rompere l’indifferenza, dare dignità a storie troppo a lungo inascoltate, trasformare il dolore in consapevolezza e la testimonianza in proposta.
La battaglia portata avanti da Manisco World, insieme alle istituzioni e ai professionisti coinvolti, richiama oggi un’esigenza chiara: non lasciare che la manipolazione mentale resti confinata in una zona grigia, dove chi domina continua ad agire e chi subisce fatica perfino a essere creduto. Dare un nome a questa violenza significa iniziare a riconoscerla. Riconoscerla significa poterla contrastare. E contrastarla significa restituire alle vittime e alle loro famiglie ciò che ogni ordinamento democratico dovrebbe proteggere prima di ogni altra cosa: libertà, dignità e giustizia.
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