Patentino antifascista, gli inganni del politicamente corretto
Il dibattito sul caso dell’ormai famigerato «patentino antifascista» - copyright di Giorgia Meloni-, il nuovo "requisito" che sarebbe stato richiesto dalla fiera editoriale «Più Libri Più Liberi» per partecipare alla prossima edizione, come prevedibile non pare placarsi, visto il peso politico della questione. Dopo l’intervento della premier dell’altro ieri, che ha scoperchiato il vaso di Pandora, è arrivato quello di un altro pezzo da novanta del governo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Una dichiarazione breve, coincisa e che, almeno giudicando le reazioni da parte di chi a quel patentino è più che favorevole, sembrerebbe proprio aver colpito nel segno. «È proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale - ha sottolineato Nordio. Un codice firmato da Mussolini».
Il Guardasigilli, con le sue parole, ha voluto così smascherare l’ipocrisia di fondo dell’operazione: quelli che vogliono trovare il fascismo ovunque - specie dove conviene, ovvero dove ci sono posizioni politiche e culturali diverse da quelle dei "buoni" progressisti - non sanno che tante cose che ancora ricoprono un ruolo fondamentale nella società italiana di oggi sono direttamente legate a quel periodo. Anche se in pochi lo sanno. Apriti ciecabile neofascismo - con quanto detto dal Guardasigilli e con il «patentino» della fiera non è chiaro; è chiaro invece che il codice Rocco, dal 1931, anno in cui è entrato in vigore, è stato profondamente modificato.
Ma di nuovo: anche qui non c’è alcuna attinenza con il senso profondo della questione. Che è ben altro ed è squisitamente politico: in assenza di fascismo, tutto può essere fascista; soprattutto se, come vorrebbe la sinistra, con «fascismo» non si parla certo di una ridicola ricostituzione del Pnf (che in effetti la Costituzione vieta e che nessuno ha intenzione di avviare), ma di una cosa talmente sfumata che può essere utilizzata a proprio piacimento per colpire il nemico, sia esso politico o culturale. Una sorta di filtro ideologico, stabilito non si sa da chi né su quali presupposti, in ossequio al quale si pretende di decidere chi può e chi non può partecipare oggi ad una fiera dell’editoria, domani chissà. In questo senso le parole di Nordio, così come quelle di Meloni di ieri l’altro, hanno messo alla berlina una postura che nel migliore dei casi a molti è apparsa pretestuosa e strumentale. A chi sostiene questo tipo di «certificato» si potrebbe chiedere: chi ad esempio pubblica libri di Hedigger, di Céline, di Schmitt, può partecipare? È ammesso al dibattito? Oppure anche chi diffonde volumi di autori che con quella tradizione politica hanno avuto rapporti dovrebbe essere estromesso?
Tanto più che qui si parla di eventi che non sono privati, ma che ricevono anche un sostegno pubblico e che dunque dovrebbero attenersi agli standard di libertà e pubblicità che ciò comporta. In attesa che gli esiti degli «ulteriori approfondimenti» annunciati da parte dell’Aie (Associazioni italiana editori) possano chiarire una storia che con la cultura, quella vera, libera e democratica, non avrebbe dovuto avere nulla a che fare.
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