QUANDO I «SOGNI» SOSTITUISCONO LA REALTÀ

Crespi: ma quale Meloni a fine ciclo. Il brusco risveglio della sinistra

Luigi Crespi

C’è un momento preciso in cui la propaganda smette di essere uno strumento. Diventa una malattia. Succede quando il desiderio prende il posto della realtà. Quando si smette di leggere i fatti per raccontare soltanto ciò che si vorrebbe accadesse. Le elezioni amministrative hanno prodotto un risultato molto meno rivoluzionario di quello che era stato annunciato. Per mesi una parte dell’opposizione e gran parte del sistema mediatico (e qualcuno anche nella maggioranza) hanno raccontato la fine del ciclo di Giorgia Meloni. Il referendum avrebbe dovuto rappresentare il primo segnale. Le amministrative la conferma definitiva. I risultati hanno raccontato una storia diversa. Il ciclo di Giorgia Meloni non è finito. Il leader è in campo, governa, lo farà fino alla fine della legislatura e guida il primo partito italiano, anche se le due coalizioni restano sostanzialmente appaiate. E proprio qui inizia la partita vera.

 

  

 

Il problema di Giorgia Meloni non è più vincere contro la sinistra. Il problema di Giorgia Meloni è spiegare agli italiani perché debba guidare il Paese anche nei prossimi cinque anni. Per anni ha interpretato il cambiamento. Oggi interpreta la stabilità. Per anni ha incarnato l’opposizione. Oggi rappresenta l’istituzione. Per anni ha promesso un futuro diverso. Oggi deve dimostrare di essere il leader più credibile per costruirlo. La sinistra continua a raccontare un Paese in crisi permanente, esagera e perde credibilità. Ma una contro-narrazione non basta. Nessuno viene rieletto perché gli avversari hanno torto. Si viene rieletti perché si convince una maggioranza di cittadini che il futuro sarà migliore. Qui si gioca il 2027. Ed è una sfida che Giorgia Meloni affronta da una posizione di forza. Nessun presidente del Consiglio ha mai completato una legislatura per poi ottenere immediatamente dagli elettori un secondo mandato pieno. E sarebbe un fatto storico. Peril centrosinistra queste amministrative rappresentano invece un brusco risveglio. Quando la realtà smentisce una previsione, la previsione non sparisce. Cerca un nuovo contenitore. E il nuovo investimento narrativo ha già un nome: Roberto Vannacci. Basta prendere atto dei commenti delle ultime ore, soprattutto dopo il suo passaggio da Lilli Gruber. Che in termini di audience sfiora il 10%, ma nella stagione è stato battuto più volte da Italo Bocchino e Travaglio (23 marzo, 3 milioni) ma anche da Ranucci, Scanzi, Ezio Mauro. Qui però la tesi è sempre la stessa. Se non ci riesce Schlein. Se non ci riesce Conte. Se non ci riesce il referendum. Allora forse ci riuscirà Vannacci. È una lettura sorprendente solo per chi non conosce il funzionamento della macchina mediatica. Vannacci può essere una variabile interna alla coalizione di centrodestra. Può creare tensioni. Può sottrarre consenso alla Lega e non solo. Può influenzare gli equilibri del centrodestra. Ma pensare che possa diventare il responsabile di una vittoria del centrosinistra significa non capire chi è Vannacci e quale elettorato rappresenti. È una vana speranza.

 

 

Detto questo, non possiamo negare che Vannacci abbia aperto una ferita dentro la Lega. Matteo Salvini si trova davanti a un bivio che molti leader hanno affrontato prima di lui. La Lega possiede ancora una delle classi dirigenti territoriali più solide del Paese. Lasciare più spazio a quella classe dirigente consentirebbe alla Lega di recuperare centralità. Da settimane questa rubrica sostiene una tesi semplice. Non serve avere ragione prima degli altri. Serve vedere prima ciò che gli altri saranno costretti ad accettare come vero quando sarà ormai evidente. È per questo che abbiamo scelto di mettere in comparazione i sondaggi che escono durante la settimana, e questa settimana verifichiamo ancora poderose correzioni al ribasso del Partito Democratico e abbiamo due istituti, Tecnè e Noto, che danno un vantaggio al centrodestra, SWG che invece offre un vantaggio per il centrosinistra e Only Numbers che invece assegna un sostanziale pareggio. Le differenze sono così marginali da confermare che le due coalizioni sono sostanzialmente pari. La differenza tra analisi e propaganda è tutta qui. La propaganda racconta il mondo che desidera. L’analisi prova a raccontare il mondo che arriva. E quasi sempre arriva prima.