Decreto Lavoro

Decreto Lavoro, Landini sceglie l’arroccamento e resta da solo. Sindacati spaccati

Pietro De Leo

C'è un elemento di geografia sindacale che emerge dalle reazioni sul Decreto Lavoro ed è, ancora una volta, l'isolamento della CGIL. Il sindacato di Corso Italia sceglie l'arroccamento a fronte di un provvedimento che affronta parte della questione salariale e cerca di porre un argine effettivo al cosiddetto "dumping contrattuale", fenomeno distorsivo creato dalla concertazione di sigle poco rappresentative. Il provvedimento del governo rilancia la contrattazione collettiva e il valore della rappresentanza in una fase storica in cui essa è in crisi. E le sigle hanno risposto riconoscendo lo sforzo. Daniela Fumarola, numero uno della CISL, definisce "un ottimo risultato quello di aver fissato un principio", cioè il trattamento economico complessivo dei contratti maggiormente rappresentativi per riconoscere i benefici al lavoratore che assume. "Significa che al di sotto di questo trattamento non è salario degno. Per noi è un risultato importante". Anche Pierpaolo Bombardieri apre: "Siamo molto soddisfatti, perché per la prima volta c'è un intervento legislativo che identifica il salario giusto e dignitoso con i contratti di CGIL, CISL e UIL. È un cambio di passo importante e una nostra battaglia che va nel senso giusto". Da notare che, negli ultimi anni, spesso la UIL si era affiancata alla CGIL in certi posizionamenti di forte contrapposizione verso il governo.

 

  

 

Maurizio Landini, però, ancora una volta si chiama fuori dal confronto: "Il giorno della festa dei lavoratori tutti i soldi del decreto sono per le imprese. Per i lavoratori non c'è un euro, forse bisognerebbe segnalarlo". E ha aggiunto: "Tra l'altro continuo a trovare singolare — e l'esperienza dovrebbe insegnare — che dare incentivi alle imprese, come noto, non stia determinando un incremento delle assunzioni, perché un'impresa per assumere ha bisogno di lavorare". I dati, però, dicono una cosa diversa. Le rilevazioni ISTAT per il 2025 mostrano un aumento degli occupati, un incremento dei lavoratori a tempo indeterminato e una crescita delle trasformazioni da precari a stabili.

 

 

Nelle parole di Landini emerge una concezione ideologica molto novecentesca: quella di un conflitto sociale perenne tra datore e lavoratore. La stessa che aveva animato la promozione del referendum tenutosi lo scorso anno. Legittimo, senz'altro. Ma probabilmente, per affrontare le trasformazioni in corso nell'ambito dell'organizzazione del lavoro, la logica migliore è quella del patto. La rappresentanza non è necessariamente sinonimo di lotta a ogni costo.