Migranti, stop ai ricorsi farlocchi per far restare i clandestini. Piantedosi spinge i rimpatri
Nessuna sorpresa. All’indomani della bocciatura referendaria sulla riforma della giustizia, il clima politico si è trasformato in una resa dei conti permanente. E così una banale norma tecnica, inserita nel decreto Sicurezza in discussione la scorsa settimana in Parlamento, diventa improvvisamente il simbolo di tutti i mali: l’articolo 30-bis sul "Rimpatrio Volontario Assistito con Reintegrazione". Peccato che si tratti, semplicemente, di uno strumento che esiste da anni. Dal 2011, per essere precisi, e che affonda le sue radici nelle politiche europee sui rimpatri. Ma tant’è: nel clima post-referendario, la memoria istituzionale è un lusso che pochi sembrano potersi permettere. Il Rimpatrio Volontario Assistito è l’esatto opposto della caricatura che ne viene fatta in queste ore. Non è una scorciatoia repressiva, ma una via razionale e umana per gestire situazioni migratorie senza sbocco. Prevede informazione, assistenza, accompagnamento. Il migrante che decide di aderire riceve supporto nella preparazione del rientro, non paga il viaggio, ottiene un contributo per le prime necessità. Viene seguito nel reinserimento nel Paese di origine, anche con progetti lavorativi. Non solo: il ritorno è volontario, senza coercizione o imposizione. Anzi, proprio la volontarietà è il cuore del sistema, perché aumenta le probabilità di reintegrazione e riduce i costi – economici e sociali, dei rimpatri forzati. È, insomma, una misura di buon senso.
Visti, rotte e pagamenti: il business migranti degli scafisti islamici
L’articolo 30-bis aggiunge un elemento molto semplice: riconoscere un compenso, circa 600 euro, all’avvocato che assiste il migrante nel percorso di accesso al programma se si conclude con la sua partenza. Apriti cielo. Secondo alcuni, sarebbe una "taglia" per chi "fa rimpatriare" i migranti, una "violazione" del diritto di difesa. Il Far West. La realtà è molto meno cinematografica e molto più banale: si tratta solo di pagare un professionista. L’avvocato non è un cacciatore di taglie, ma colui che informa il cliente sulle opzioni disponibili. Tra queste, può esserci anche il ritorno volontario, soprattutto quando i ricorsi sono destinati a fallire o si trascinano senza prospettive. È invece più "etico" alimentare contenziosi inutili, destinati a concludersi con un nulla di fatto, che servono solo ad ingrassare le tasche di alcuni difensori con il gratuito patrocinio a spese dello Stato?
Cpr in Albania, Kelany (FdI): «Molto più di un progetto pilota. E ora li faremo in Africa, ricadute sull'energia»
L’Associazione nazionale magistrati, vera vincitrice del referendum, ha espresso "sconcerto". Si tratta della stessa Associazione che, per la cronaca, tifa per i patteggiamenti e non vuole che si facciano i processi. Esponenti dell’opposizione, dal Pd ad Avs, in scia, sono arrivati a denunciare trasformazione dell’avvocato in "strumento del governo". Manca solo il solito parere "critico" del Consiglio superiore della magistratura ed il cerchio si chiude. Tutti ignorano un dato: il migrante resta libero di scegliere. Nessuno gli impedisce di fare ricorso e nessuno gli impone il rimpatrio. Il programma è volontario dall’inizio alla fine. Quanto al ruolo dell’avvocato, sostenere che venga "snaturato" perché informa il cliente su tutte le strade percorribili significa avere un’idea piuttosto fragile della professione forense. Il vero rischio, semmai, è l’opposto: ridurre la difesa a un automatismo ideologico, dove l’unica opzione ammessa è resistere comunque e sempre, anche quando non ha senso. C’è poi un elemento che rende la polemica ancora più stridente: il doppio standard. Per la sinistra, l’impiego di risorse pubbliche è sacrosanto quando finanzia il sistema dell’accoglienza illimitata e senza controllo o le attività delle Ong. In quei casi, ogni spesa è giustificata, anzi doverosa. Diventa scandalosa quando si tratta di aiutare qualcuno a rientrare nel proprio Paese con dignità. È una contraddizione difficilmente spiegabile senza ricorrere alla categoria più semplice: l’ideologia che acceca la sinistra e che rema contro l’Italia. Detto questo, sarebbe troppo facile assolvere completamente il governo. La norma è stata introdotta senza una spiegazione chiara, quasi fosse un dettaglio tecnico privo di rilevanza politica. Un errore. In un contesto incandescente, lasciare spazio a interpretazioni distorte significa consegnare il dibattito agli slogan e alla grancassa dell’Anm e dei suoi giornali di riferimento. Una comunicazione più trasparente e diretta avrebbe probabilmente evitato molte delle polemiche di queste ore. Si può discutere, ovvio, ma gridare allo scandalo, evocare taglie, parlare di attacco allo Stato di diritto, significa perdere il senso delle proporzioni. Ma anche, banalmente, cercare una polemica dove non c’è. Una tempesta in un bicchiere d’acqua. Con qualche goccia di propaganda in più contro Giorgia Meloni ed il centrodestra.
Salvini fulmina le toghe rosse: “Difficile il contrasto ai clandestini se rilasciano i fermati”
Dai blog
Dating lento e consapevole: arrivano gli psico-incontri
Pink Floyd, il mito rivive in live e inediti
Abbiamo provato gli occhiali AR di Snapchat: ecco il mondo visto con gli Spectacles