Referendum, Arditti: non la fine del mondo ma uno schiaffo deve svegliare soprattutto al Sud
Ho votato Sì. E, quindi, non sono contento. Non lo sono per nulla. Perché il verdetto delle urne del referendum sulla giustizia non è soltanto una sconfitta per chi, come me, credeva che fosse arrivato il momento di un «riequilibrio» tra politica e magistratura. C’è qualcosa di più profondo e inquietante.
Già, perché il vero trionfatore di questa tornata referendaria si chiama Beppe Grillo. O meglio: il suo grillismo manettaro, quella miscela tossica di giustizialismo urlato, antipolitica e demagogia che tutto pretende e nulla stringe.
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È il grillismo che, arrivato al governo, ci ha regalato due capisaldi del malgoverno destinati a entrare negli annali: il reddito di cittadinanza, macchina infernale di assistenzialismo clientelare che ha disincentivato il lavoro e prosciugato le casse pubbliche, e il superbonus 110%, la madre di tutte le truffe di Stato, un buco nero da oltre 200 miliardi che ha gonfiato il debito senza nemmeno costruire una casa popolare.
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Ecco il paradosso: chi gridava «onestà, onestà» ha lasciato in eredità sprechi e clientele. E oggi, con il referendum, quel grillismo torna a vincere senza nemmeno candidarsi. Perché il suo DNA è passato intatto dal Movimento 5 Stelle al campo largo. E ha trovato terreno fertile. Siamo di fronte a un’Italia gattopardesca, quella che parla di riforme per non farle davvero. Quella che urla «rivoluzione» e poi si aggrappa alla conservazione più ottusa. Il Sì referendario è stato affossato da un’alleanza oggettiva tra centrosinistra e la parte più politicizzata e meglio organizzata della magistratura. Ma attenzione: questa vittoria nasconde già il germe della sua futura crisi. Perché nel campo largo, come sempre, la pace durerà poco. Giuseppe Conte non si rassegnerà mai a fare da spalla a Elly Schlein. L’ex premier pentastellato pretenderà un ruolo da primattore. La segretaria del Pd, dal canto suo, sa che senza i voti del Sud e senza un minimo di realismo economico non va da nessuna parte. La competizione per la leadership è già scritta. E sarà feroce.
A destra, però, non si può archiviare tutto con un’alzata di spalle. Sarebbe un errore fatale. La coalizione di governo ha il dovere di prendere atto che qualcosa non ha funzionato. C’è un’agenda delle cose fatte da presentare agli elettori, ma va costruita con cura chirurgica. Nessuna delle grandi riforme costituzionali immaginate all’inizio della legislatura è arrivata a compimento nella forma originaria: il premierato è stato annacquato, la riforma della giustizia è stata smontata pezzo per pezzo, l’autonomia differenziata langue tra rinvii e veti. Gli italiani se ne sono accorti.
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Ma il dato più clamoroso, quello che dovrebbe far scattare tutti i campanelli d’allarme, è territoriale. E riguarda il Sud. Campania e Sicilia hanno dato risultati pessimi sotto ogni punto di vista: affluenza bassa, sì schiaccianti, distacco abissale. Calabria e Puglia poco meglio: insoddisfacenti, anche alla luce di un’affluenza che pure lì ha faticato a decollare. È un segnale politico pesantissimo. Il Sud non ha creduto alla narrazione riformista del centrodestra. Ha preferito il vecchio refrain giustizialista, il «tutti ladri tranne i giudici», il reddito di cittadinanza eterno. A destra non si deve ragionare cercando di dormirci su e basta. Non basta dire «abbiamo fatto tanto». Bisogna spiegare cosa si è fatto, perché non si è potuto fare di più, e soprattutto cosa si farà da qui al voto politico. Serve un racconto chiaro, concreto, territoriale. Serve riconoscere gli errori senza autoassoluzioni. Serve una sterzata comunicativa e programmatica, soprattutto al Sud, dove il centrodestra rischia di perdere non una battaglia, ma un intero pezzo di Paese. Il referendum giustizia non è la fine del mondo. Ma è uno schiaffo che deve svegliare. Perché se il grillismo manettaro continua a vincere anche quando perde, significa che l’Italia che vuole davvero cambiare – quella che chiede responsabilità, efficienza, separazione dei poteri – sta ancora parlando una lingua che troppi non capiscono. O non vogliono capire.
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