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Giustizia, da D'Alema a Enrico Letta tutti per le carriere separate. Ma poi se ne dimenticano...

Edoardo Sirignano
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 «Contrordine compagni». La celebre espressione, resa famosa da Guareschi, potrebbe essere lo slogan dell’ultima campagna referendaria. Il Pci non c’è più, ma l’obbedienza cieca di una certa sinistra non è mai tramontata, anche se bisogna rinnegare quanto sostenuto sino a ieri. Esempio eclatante è l’attuale riforma della giustizia. Correva l’anno 1990. Dopo l’euforia delle notti magiche, Augusto Barbera, tra i pochissimi progressisti a essere coerente, spiegava come l’adozione dell’allora moderno sistema accusatorio (riforma Vassalli) rendeva naturale la separazione delle carriere. Posizione condivisa da tutti gli amici della Bolognina. Tant’è che i giovani di Occhetto la inserivano nei pilastri della loro quercia. Un cambiamento che sarebbe divenuto concretezza, se non ci fosse stato il terremoto di Mani Pulite.

 

Quella tempesta, però, concedeva l’assist inatteso alla corrente di base della Dc. De Mita, nel 1992, affrontava la questione in Commissione. Quel governo, però, non aveva lunga vita e, dunque, la palla ritornava al punto di partenza. A rilanciarla, nel 1997, Massimo D’Alema. L’ex premier, che ora parla di «riforma pericolosa», evidenziava, la «necessità di distinguere i ruoli». Motivo per cui, a suo dire, era «prerogativa indispensabile» avere «due Csm». Proposta allora sottoscritta da diversi padri nobili dell’attuale campo largo, da Pierluigi Bersani fino a Luciano Violante. Quest’ultimo, in un’intervista, senza giri di parole, ribadiva come la «separazione delle carriere sia necessaria per evitare commistioni tra accusa e difesa». Allora superare lo status quo, a differenza di adesso, non avrebbe causato alcuno «scontro cronico».

Da quegli input si arrivava alla nota riforma del 1999, quella dell’articolo 111 della Costituzione. Qui, senza se e senza ma, prevaleva il concetto di «giudice terzo». Cesare Salvi, tra i pochi a non aver cambiato parere ancora oggi, riteneva come «solo in questo modo si poteva garantire il diritto alla difesa». Se tale concetto, nell’epoca di Giorgia divide, nell’anno dell’euro trovava una convergenza trasversale. Era una pietra miliare l’intervento di Antonio Soda, parlamentare dell’Ulivo. Nell’Aula di Montecitorio spiegava come la parola «imparziale» si riferisse a un’«architettura istituzionale da rivedere». Non a caso, Francesco Rutelli pretendeva che nel programma della coalizione ci fosse proprio la «separazione delle funzioni». Della stessa linea il diessino Piero Fassino che parlava «di proposta del buon senso».

Ecco perché nell’ultimo grande governo di sinistra, targato Prodi, c’era addirittura un ddl per la separazione delle carriere. Chi lo sponsorizzava? Un tale Clemente Mastella, oggi contrario al disegno Nordio. Quella riforma non andava in porto solo perché, a causa dello stesso uomo di Ceppaloni, veniva meno la maggioranza.

Tutti ricordano l’appello di Violante, adesso in prima fila tra i sostenitori del No. «La separazione delle carriere – diceva, quando Berlusconi stava per tornare –deve essere l’obiettivo perla sinistra riformista». Motivo per cui, nel 2014, Matteo Renzi tutto poteva rottamare, tranne che i mutamenti auspicati in materia di giustizia. Il Guardasigilli, Andrea Orlando, allo stato fedelissimo di Schlein, apriva a quanto, poi, quest’esecutivo, ha nei fatti realizzato. «Abbiamo – spiegava – una separazione funzionale, ma le carriere distinte sono il passo successivo». L’allora premier toscano, invece, chiariva come si trattasse di uno step basilare per essere al passo con l’Europa.

 

Tant’è che nel 2019 nasceva addirittura una mozione dem basata sull’argomento cardine dell’attuale referendum. Parliamo della corrente Martina, in cui era protagonista Debora Serracchiani, allo stato responsabile giustizia del Pd. Tutti ricordano la sua bordata ai garantisti: «Non possiamo più difendere l’unità delle toghe come dogma». Motivo per cui neanche l’esecutivo tecnico Draghi poteva distaccarsi dalla linea maggioritaria del Nazareno. Enrico Letta, nel sostenere la riforma Cartabia, chiariva all'ex presidente della Bce come quell’azione fosse soltanto «un passo». Serve, predicava ai suoi tesserati, «il coraggio di completare quanto avviato». Tant’è che nel 2022, nel programma elettorale per contrastare Meloni, c’era ancora un punto che riguardava la magistratura. Il professore Enrico gridava dal palco come «non possiamo avere pm che diventano giudici e viceversa». Nessuno di quelli che oggi parlano di «disegno criminale e fascista» proferiva parola. Ecco perché chi allo stato parla di provvedimento di destra, ha una sola giustificazione: probabilmente ha problemi di memoria.

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