Beniamino Zuncheddu: "Il giudice non ascoltò la mia difesa per questo voterò Sì al referendum"
«Non mi sono mai lasciato strumentalizzare. Ho rifiutato perfino il ravvedimento pur di non ammettere colpe che non avevo». Beniamino Zuncheddu, dopo 33 anni di carcere da innocente, oggi si trova in ospedale per curare una salute segnata dalla lunga detenzione e dalle poche cure sanitarie ricevute in carcere. Nell’intervista che segue racconta una frase che non dimenticherà mai: quando ricevette il foglio con scritto «fine pena: dicembre 9999». E spiega perché voterà Sì alla separazione delle carriere.
Zuncheddu come sta?
«Insomma. In questi giorni sono in ospedale per curare la mia salute, a lungo trascurata anche a causa della mia lunga detenzione e delle poche cure sanitarie ricevute in carcere».
Siamo in prossimità del voto referendario sulla separazione delle carriere. Ha espresso pubblicamente il suo voto a favore del Sì. In molti hanno detto che si sta lasciando strumentalizzare e che la sua vicenda con questo argomento non c’entra nulla.
«Io non mi sono mai lasciato strumentalizzare da nessuno. Non l’ho fatto nemmeno quando i magistrati, per ottenere la liberazione condizionale, mi chiedevano il ravvedimento. Ero innocente e non avevo motivo di ravvedermi. Eppure c’era in gioco la mia vita, la mia libertà. Ho preferito restare in carcere piuttosto che ammettere colpe che non avevo».
Ma nello specifico, in che modo pensa che se le carriere fossero state separate nel suo processo le cose sarebbero andate diversamente?
la strage. Non solo perché avevo un alibi, ma anche perché il testimone chiave aveva dichiarato fin da subito di non aver visto chi aveva sparato. Solo dopo quaranta giorni ha cambiato versione, sotto la pressione di un poliziotto. Dopo trentatré anni di carcere mi chiedo: come posso pensare che i giudici siano stati davvero equidistanti dalla pubblica accusa?»
Prova rancore o desiderio di vendetta?
«No. Nemmeno verso il mio accusatore. Anche lui è stato una vittima del sistema. In aula, quando si è messo la mano sulla testa chiedendo a Dio di perdonarlo, ho provato pietà anche per lui. Io voglio soltanto una cosa: che quello che è successo a me non accada mai più a nessuno».
Qual è stato il momento più doloroso?
«Ero un ragazzo e non sapevo nemmeno cosa volesse dire la parola ergastolo. Poi un giorno, dopo la sentenza, mi arrivò un foglio con scritto: “fine pena dicembre 9999”. Mi sono sentito morire. Ho capito che stavo sprofondando».
Come ha resistito in questi 33 anni?
«Con la fede e con la speranza, che non ho mai perso. Ma non è stato facile. La mia testa è ancora lì, in quel carcere dove sono stato rinchiuso per più della metà della mia vita».
Ora avrà avviato la pratica per il risarcimento?
«Niente potrà restituirmi quello che mi è stato tolto.
Nessuno potrà ridarmi ciò che ho perso. Ad oggi non ho ricevuto né scuse né risarcimenti. Possono passare anni prima di ottenerli, e non c’è nessuna certezza. Il mio avvocato, Mauro Trogu, ci sta lavorando».
Oggi come vive?
«Grazie a mia sorella Augusta. Ma questo significa che non sono ancora davvero libero. Sono costretto a dipendere da qualcuno per vivere.
E questa, dopo tutto quello che è successo, è un’altra ingiustizia».
Alla fine chi l’ha aiutata ad uscire dal tunnel?
«In realtà da quel tunnel non sono mai uscito. Non basta aprire le porte del carcere e restituirti le buste con i vestiti: nella testa e nell’animo quello che ho vissuto non si cancellerà mai. Devo ringraziare la mia famiglia, mia sorella, suo marito e mia nipote, l’avvocato Mauro Trogu, la Procuratrice Francesca Nanni, il mio paese Burcei e il Partito Radicale. Se oggi sono libero è anche grazie a loro, e anche grazie a te, garante dei detenuti della Regione Sardegna».
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