Nuova legge elettorale, c'è la svolta proporzionale: accordo nel centrodestra
Nella notte la maggioranza ha raggiunto un’intesa sulla nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la stabilità dei futuri governi. Il testo, già ribattezzato "Stabilicum" da alcuni osservatori, è ora nelle ultime fasi di revisione tecnica e potrebbe essere depositato in Parlamento già nelle prossime ore. Secondo quanto previsto dall’accordo, il sistema proporzionale sostituirà i collegi uninominali del Rosatellum, con un premio di maggioranza destinato alla coalizione che supera il 40% dei voti (70 seggi alla Camera, 35 al Senato). In caso di risultati compresi tra il 35% e il 40%, scatterebbe un ballottaggio tra le principali coalizioni. Il nome del candidato premier comparirà sul programma elettorale, mentre non sono previste preferenze per i candidati all’interno dei listini bloccati. La maggioranza di governo spinge verso la conclusione di uno dei capitoli più dibattuti degli ultimi mesi. Dopo ore di riunioni serrate tra tecnici e rappresentanti dei partiti di centrodestra, il testo è arrivato alla definizione finale e sarà depositato alla Camera dei Deputati nei prossimi giorni. I lavori di ieri, iniziati poco dopo mezzogiorno nella sede nazionale di Fratelli d’Italia, hanno messo intorno allo stesso tavolo i principali negoziatori della maggioranza: da Giovanni Donzelli per FdI ad Alessandro Battilocchio e Stefano Benigni per Forza Italia, fino ai delegati della Lega con il ministro Roberto Calderoli e Andrea Paganella.
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Il fulcro della riforma è, quindi, lo spostamento deciso verso un sistema proporzionale. La legge prevede listini bloccati per l’assegnazione della maggior parte dei seggi proporzionali. La proposta, spinta con forza da FdI, avrebbe visto Giorgia Meloni in prima linea nel rivendicare la reintroduzione delle preferenze, ma alla fine questa ipotesi è stata accantonata di fronte alle resistenze interne alla coalizione. Uno dei principali punti di contesa ha riguardato il meccanismo del ballottaggio nel caso in cui nessuna lista o coalizione raggiunga la soglia del 40%. L’idea di un secondo turno è stata accolta con freddezza da diversi esponenti del centrodestra, in particolare da Forza Italia e Lega, preoccupati per l’impatto di un doppio scrutinio sui risultati. In parallelo, si è discusso sul ridisegno dei collegi plurinominali: con l’abolizione dei collegi uninominali, ci si interroga su come riequilibrare le zone territoriali per non creare distorsioni rispetto al radicamento locale dei partiti e alle loro performance elettorali. FdI spinge per collegi più ampi, utili secondo i meloniani a bilanciare voti e seggi, mentre Forza Italia e Lega, più radicati in certi territori, mostrano cautela nel rivedere gli assetti consolidati. Altro elemento centrale è la soglia di sbarramento per l’ingresso in Parlamento. La maggioranza pare concorde su un limite fissato al 3% dei voti per i partiti che corrono da soli, cifra ritenuta sufficiente per evitare eccessiva frammentazione senza escludere forze politiche di medio calibro. Alcune simulazioni indicano che partiti minori come Azione e altri soggetti centristi potrebbero trovarsi a giocarsi l’accesso al Parlamento attorno a questa soglia. La fretta della maggioranza è alimentata da due considerazioni: da un lato la volontà di “blindare” un assetto elettorale prima di eventi istituzionali importanti, come il referendum sulla riforma della magistratura previsto per il 22–23 marzo; dall’altro, il desiderio di presentarsi alle prossime elezioni con regole condivise in casa propria, prima di coinvolgere l’opposizione.
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Tuttavia, le divisioni interne non sono superate. Forza Italia continua a opporre resistenza all’inserimento delle preferenze e su alcuni aspetti tecnici del premio di maggioranza, mentre la Lega manifesta timori legati alla perdita di vantaggio nei collegi del Nord con l’eliminazione degli uninominali. Il passaggio a un sistema proporzionale puro sposterà l’attenzione dei partiti dalla conquista dei singoli collegi locali alla costruzione di coalizioni e alla definizione di un’identità politica chiara a livello nazionale. Secondo gli ultimi sondaggi, Fratelli d’Italia guida le intenzioni di voto con oltre il 25%, seguita da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega. In un quadro con soglia al 3%, soltanto i partiti più strutturati e radicati sul territorio manterrebbero un peso significativo in Parlamento, mentre forze minori rischierebbero di restare ai margini o di avere un ruolo limitato nelle decisioni politiche.
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