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Giustizia, Landolfi: "Sedici anni di calvario per una frase tagliata. Incesto fra giudici e pm"

Edoardo Sirignano
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«Sedici anni di calvario giudiziario per una frase tagliata. Vi spiego perché sono stato vittima dell’incesto tra giudici e pm». È il racconto di Mario Landolfi, già ministro delle Comunicazioni.

Perché ritiene la sua storia “attuale”?

«Testimonia la necessità di separare le carriere e superare l’ipoteca delle Procure. Per chi non conosce il mio passato, sono stato destinatario di una condanna a due anni, senza menzione nel casellario giudiziario, con la sospensione della pena. Prima c’era un capo di imputazione più corposo, poi caduto. Non si tratta, quindi, del classico errore, ma piuttosto di un orrore vissuto sulla mia pelle. Lo Stato, nel mio caso, ha cessato di esistere per diventare violenza. Parola di un imputato che ha rinunciato alla prescrizione, mentre incombeva ancora l’aggravante camorristico».

Spieghi meglio...

«Come ho raccontato in “Anatomia di un’ingiustizia”, libro a firma di Luca Maurelli con prefazione di Alessandro Barbano, il mio calvario è un mix di violazioni di legge e atti che non sono compatibili con la funzione di chi giudica. Chi deve applicare e far rispettare la legge, non può essere il primo a manipolarla o peggio violarla. Per salvare un “test utile” si rovina la vita di un innocente».

Ritiene, dunque, di essere stato sacrificato per un testimone?

«Non dimenticherò mai quel 18 novembre 2019, quando il collegio si ritira in camera di consiglio e ne esce dopo sei ore senza sentenza ma con la richiesta di riascoltare un teste già sentito e del quale, per accordo delle parti, erano stati acquisiti decine e decine di verbali provenienti da altri filoni processuali, a cominciare da quello a carico di Nicola Cosentino».

Poteva farlo, ovviamente...

«Certo. Lo dice l’articolo 507 del codice di procedura penale, reliquia del rito inquisitorio sopravvissuta nel processo, purché assolutamente necessario».

E non lo era?

«Direi di no, dal momento che nelle motivazioni il giudice ha accuratamente omesso di riferire le clamorose e insanabili contraddizioni fatte emergere dal teste riascoltato su una circostanza decisiva ai fini della valutazione della sua attendibilità per sostituirle con una dichiarazione già agli atti, dopo averla per altro amputata della parte a me favorevole. Un "taglia e cuci" grazie al quale ha ribaltato la dichiarazione del teste».

Come se lo spiega?

«L’obiettivo non ero io. Ma per assolvermi del tutto, avrebbe dovuto dichiarare inattendibile il pentito, carta preziosa calata dalla Procura in altri processi. Insomma, dovendo scegliere tra le esigenze dell’accusa e il diritto dell’imputato a un processo equo il mio giudice non ha avuto dubbi: condanno Landolfi e non scontento il collega pm, con buona pace della terzietà, dell’imparzialità e bla bla bla».

Crede ancora nella famosa “imparzialità” delle toghe?
«Per fortuna esiste ancora, ma non è la regola».

Si riferisce al “sistema” descritto dal Palamara?

«Il fatto che i pm determinano le carriere dei giudicanti rappresenta un’ipoteca pesantissima. Per quanto mi riguarda, vengono addirittura negate le garanzie previste nel processo. Sottolineo un altro dato ambiguo della mia vicenda: vengo assolto dall’aggravante camorristico con la formula dell’insufficienza di prova, pur avendo rinunciato alla prescrizione e avendo avuto testimoni d’eccezione, come Cantone e Mantovano. Eppure la Dda non impugna la sentenza e, circostanza ancor più strana, il collegio non pone neanche una domanda al pentito richiamato ex-art. 507 benché già condannato in via definitiva per reati di mafia».

Qualcuno risponderà a tutto ciò?

«Il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri ha presentato al ministero Nordio due interrogazioni, chiedendo l’attivazione dell’azione disciplinare. Purtroppo la risposta del Guardasigilli non è andata al di là del burocratichese. Invece è anche azionando la leva disciplinare che si dà un contributo alla riattivazione di una giustizia giusta».

Si è mai sentito abbandonato da quell’area con cui è cresciuto politicamente?

«In tanti mi hanno chiamato e mi hanno dimostrato vicinanza. Come tutte le storie che non hanno un lieto fine completo, non potevo aspettarmi di più. Ma la mia storia dimostra anche che qui di “casta” ce n’è una sola e non è quella dei politici, bensì quella di chi, sentendosi intoccabile, ritiene di poter fare tutto, anche distruggere l’esistenza altrui».

Come superare la stortura?

«La legge, oggetto del referendum, serve. Ma meglio sarebbe farla precedere da una commissione d’inchiesta parlamentare sull’uso politico della giustizia. Dopo le rivelazioni choc di Palamara sul “Sistema” se l’aspettavano tutti».

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