Referendum, quesito integrato ma la data non cambia: si vota il 22 e 23 marzo
Tanto tuonò che non piovve. E così l’entusiasmo del comitato per il No, che dopo la sentenza della Cassazione si era spinto a immaginare un gran finale, si è dissolto velocemente. Il referendum, alla fine, non si sposta di un millimetro: si voterà il 22 e 23 marzo, come già stabilito dall’esecutivo. Il Consiglio dei ministri, riunito ieri, è intervenuto non per rinviare l’appuntamento alle urne, ma per un più modesto ritocco cosmetico: la modifica del testo del quesito che comparirà sulla scheda elettorale. Il risultato finale è questo: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento?». Un’aggiunta resa necessaria dall’ordinanza del Palazzaccio, che ha accolto le «rimostranze» di chi reclamava l’indicazione puntuale degli articoli della Costituzione coinvolti nella riforma della giustizia. Ma tra le righe, più che di zelo costituzionale, si respirava un altro intento: guadagnare tempo, spostare il fischio d’inizio, allontanare l’apertura delle urne. Un po’ come quelle squadre che, sotto di un gol, vorrebbero che la partita non finisse fino a quando non raggiungono il pareggio.
Costi quel che costi. Insomma altro che novantesimo minuto, andiamo avanti fino alla vittoria. Subito dopo l’intervento chirurgico di Palazzo Chigi, è arrivato il via libera del Quirinale. Il decreto sul referendum è «giuridicamente ineccepibile», secondo il capo dello Stato. Dal Colle arriva anche l’invito a rispettare le decisioni della Corte.
Così la polemica ieri è rimasta sulla sentenza della Cassazione, con il sottofondo della “frustrazione” dei sostenitori del No che per una manciata di ore avevano sperato nel rinvio. Il sogno che si era incredibilmente avvicinato.
Toccati sul vivo, i parlamentari del campo largo si scatenano. «Da chi calpesta quotidianamente la Costituzione tuona il capogruppo Pd in Senato Francesco Boccia - non ci si può certo aspettare rispetto per l’ordine giudiziario». Una reprimenda in piena regola: «La destra sovranista dimostra ancora una volta di non tollerare l’autonomia della magistratura e di non riconoscere il principio cardine della separazione dei poteri». Sprezzante il co-leader di Avs Angelo Bonelli: «Quello che sta accadendo attorno al referendum sulla riforma della giustizia è una vergogna». Morale: «Questa destra con il decreto sicurezza e gli attacchi alla magistratura sta alzando il livello della tensione e il referendum è solo un obiettivo politico per loro: dobbiamo fermarli con il No».
Ironizza il senatore dem Walter Verini: «La destra oggi attacca giudici, domani li sottomette». Riepiloga le ragioni del malcontento, la responsabile giustizia del Nazareno Debora Serracchiani: «Prima non consentono al Parlamento di poter esercitare la propria funzione, poi fissano una data del referendum senza rispettare la raccolta firme di oltre 500 mila cittadini». E infine: »Sono costretti a modificare il quesito del referendum senza spostare la data fissata del referendum con la solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa». Sceglie una linea più soft il M5S: «La decisione del Consiglio dei ministri di mantenere la data del referendum, correggendo in corsa il quesito certifica il pasticcio politico e istituzionale della maggioranza». La storia infinita potrebbe arricchirsi di nuove puntate: i ricorrenti non escludono nuovi ricorsi, fanno sapere i diretti interessati. Con lo stesso obiettivo: spostare di almeno una settimana l’apertura delle urne, tentare il tutto per tutto con la propaganda. In fondo basta un altro cavillo, incita Elly Schlein, che ha trasformato il referendum nella sua battaglia campale. A data da destinarsi: il sogno del campo largo continua.
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